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giovedì 14 novembre 2013

La bellezza

La poesia...la bellezza...certo, quanto è poesia intorno a noi, quanta è la bellezza? C'è differenza?
L'architettura stessa della poesia è bellezza, il suono di certe parole, la metrica, il ritmo, l'ascolto, la lettura, il silenzio che ne segue, il respiro fatto con il naso e gli occhi chiusi.
La bellezza è la stanza in cui siedi a leggere, il freddo nelle ossa che sopraggiunge quando tutto di te è immerso in una lettura.
La tua casa è bellezza, il tempo impiegato per trovarla, la prima volta che ti è stata aperta la porta e ci sei entrato, il primo mobile, tutte le volte che compi quel gesto che te la fa riconoscere.
Pensare è bello, cercare una via d'uscita per non smettere mai di pensare quando vorrebbero tu non lo facessi. Pensare e parlare o tacere. O tenersi tutto dentro e fare della propria mente una libreria infinita, un mobile pieno di cassetti, una lavagna che non smetti di riempire di parole.
Le parole sono bellezza, con tutte quelle possibili sillabe e gli accenti, le doppie, le acca, le cappa, le ipsilon, le dieresi, le cediglie.
La bellezza siamo noi così sensibili o perduti.
La bellezza esiste se noi riusciamo a esistere.
Altrimenti è nulla.

sabato 2 novembre 2013

Il buco nella tasca

Un tizio, qualche giorno fa, è entrato e mi ha domandato:
" Lei sa come tappare i buchi nelle tasche?".
Sono rimasto un po' sorpreso, lui si è girato ed è andato via.
Non so cosa sia, come mai entrano tutti qui da me, forse è il nome sulla porta " Osteria del tempo sospeso" che li invoglia a non lasciare nulla intentato. Francamente non lo so.
Qualche amico si compiace con me per come gestisco questo locale, per la libertà che si respira.
Va a sapere.
I complimenti mi piacciono e mi fanno vergognare un po': abbiamo tutti i nostri fantasmi con cui fare i conti. Io li faccio con i fantasmi di me e restare dietro al banco a servire caffè o bicchieri di vino, un po' mi riconcilia.
Però quella frase mi è rimasta in testa e da alcuni giorni non penso ad altro.
Perché mi ha fatto quella domanda? Quale urgenza lo ha spinto al mio banco e con quell'ansia porre una questione che prevedeva una soluzione immediata che non ho saputo soddisfare?
 Magari non ce ne rendiamo conto ma chissà quante volte, durante una giornata qualunque, un nostro atteggiamento va a colpire l'animo di qualcuno cui noi neppure sappiamo l'esistenza. Ma del resto a chi non capita di infastidirsi per un commento su un giornale, una parola ascoltata sull'autobus, un atteggiamento altrui al quale diamo un valore sproporzionato all'intenzione del gesto stesso?
Quando credevo di poter essere un'altra cosa rispetto a ciò che sono oggi, ricordo che l'indifferenza degli altri per le mie caratteristiche mi provocava rabbia e fastidio. Rammento quella sensazione da criceto nella ruota nel raffrontarmi a chi se ne infischiava dei miei lavori, dei miei pensieri. Non solo, ma dava l'impressione di tenermi a distanza da qualcosa che per lui era come un territorio riservato
Forse intendeva questo il tizio?
Costruire mondi dentro di sé senza mai farli vivere per davvero è come mettere oggetti in una tasca bucata di una giacca senza fodera.
Credo che l'indifferenza e il pregiudizio di molti li si combatta lasciandoci emergere senza timore, non nascondendo nulla in tasche precarie, ma lasciando che tutto si manifesti a qualsiasi costo, anche quello di rimanere senza giacca. Oppure tappare il buco, metter dentro, e accontentarsi di rigirar gli oggetti nella mano protetta dalla tasca.
Si...forse questo intendeva.
Almeno mi piace pensarlo.

venerdì 1 novembre 2013

La radio

La radio è accesa.
Una voce senza accenti, parla. Il ritmo è da conversazione pacata, i concetti sono espressi ed esauriti con precisione. Si ha la sensazione di una lettura, di un testo ben scritto nel quale ogni singolo periodo sia stato analizzato sincronicamente perché nulla risulti casuale.
Ogni parola è dosata alla perfezione con quella che segue e la sua potenza evocativa limita l'uso di parole successive, semplifica l'ascolto, ne favorisce la comprensione.
Chi parla alla radio ora è un uomo ora una donna.
Le loro voci a volte si accavallano ma lo fanno solo per una frazione d'istante, quel tanto che basta per creare un effetto discontinuo necessario al ritmo.
La musica si comporta nello stesso modo. I suoni si compongono in una forma prestabilita data dallo strumento che li genera. L'intensità, la forza, la sospensione di quel suono diventa musica quando si accompagna al suono successivo che si comporrà. E via così, creazione, memoria, nuova creazione, memoria; memorie che si sommano, storie che si narrano.
La radio ogni tanto cessa di trasmettere voci maschili o femminili.
Al loro posto si materializzano altre voci maschili o femminili che accompagnano suoni suonati e a loro volta divengono un unico pezzo d'ascolto, un insieme organizzato e ordinato da regole definite.
Nulla è mai lasciato al caso, credo.
Neppure noi siamo una casualità accidentale, evidentemente la nostra è una presenza organizzata e dovuta. Siamo semantica dell'universo, penso. Nessuno esiste se non esiste un altro, nessuno agisce se non consegue un raffronto, uno scontro, un rimescolamento con un altro.
La radio è spenta.
Il campanile della chiesa del quartiere scampana a festa, sembra siano più campane, forse a slancio, forse fisse, mescolano i toni del loro suono fino a comporre come una melodia. Poi rallentano, ad una ad una, fino a terminare in brevi rintocchi di una sola campana dal suono scuro.
La voce di un bambino echeggia tra le case del quartiere. Poi un'altra chiama un nome incomprensibile.
Un po' di tramontana muove le tende colorate della finestra.
La pagina del quaderno si solleva come una bandiera e ricade giù.
Il soffio di tramontana cessa.
Scrivo.

lunedì 28 ottobre 2013

L'armonia di un attimo

Scendevano precarie sui loro tacchi appuntiti lungo la mattonata. Guardavano fissi i piedi nel loro muoversi uno dopo l'altro. Non c'è equilibrio in quelle condizioni! Ma quel tacco appuntito è obbligatorio se indossi certi tailleurs, perchè quel tacco permette di creare armonia tra i piedi e la conciatura. Non c'è armonia senza tacco che slancia, su certi tailleurs. E queste signore imbellettate, che scendono adesso la stradina mattonata del palazzo nobiliare per entrare in un luogo sotterraneo dove è previsto un non si sa bene quale evento mondano, sanno che, nella sofferenza di quei passi cortissimi lungo la discesa mattonata, è racchiuso il senso stesso del loro essere. Bisogna lottare per stare in armonia con ciò che ci sta intorno, credo non si possa farne a meno. E per permettersela, l'armonia va continuamente sfidata, presa di petto, digrignando i denti all'occorrenza.
Le signore camminavano sulle punte, a tratti si vedevano i talloni saltare fuori dalla scarpa con il tacco appuntito. Lo sforzo per non cadere era tanto; penso alle dita dei piedi dentro a quelle scarpe lucide, qualcuna rossa, qualcuna marrone, qualcun'altra verde; credo si siano comportate egregiamente, si siano irrigidite al limite delle loro possibilità e abbiano obbedito a un comando lontano che le obbligava a farsi roccia e radice per fissarsi al suolo, anche se costrette tra pelli pregiate e cuoi poco utilizzati. Ho avuto pietà per quei piccoli ossicini così poco ricordati durante lo scorrere della vita, tenuti lontani dai discorsi per bene, osteggiati nel ruolo scomodo di nascosta parte innominabile di noi.
Le signore imbellettate, nella loro armoniosa composizione visiva, poi son giunte in fondo alla stradina. I talloni sono rientrati nelle loro sedi, la testa ha ripreso il portamento innalzato al supremo, le braccia hanno smesso di contrarsi con i gomiti lungo i fianchi, le mani erano libere e non stringevano più all'unisono le maniglie della borsetta, i capelli sembravano poggiarsi noncuranti sulle preziose teste. I tailleurs avevano ridisegnato alla perfezione l'immagine di ciò che ci si aspettava di dover vedere, tutto era rientrato, come dopo un allarme, una rappresaglia.
Le falangi delle ossa dei piedi, finalmente, potevano ritornare nel loro silenzioso ruolo di portatore di equilibrio così che l'armonia complessiva non potesse venir meno.
Poco lontano un'orchestrina gitana suonava un valzer e alcuni giovani operai di un cantiere lì vicino, fermavano alcune ragazze per invitarle a un ballo.
La piazza riprendeva a vivere.

venerdì 4 ottobre 2013

Opinioni al bar

L'omologazione è il mezzo per rendere silenti le masse. Datele un modello da invidiare e le porterete dove vorrete, ripetete continuamente come un mantra le virtù di quel modello e non potranno più farne a meno. Ci sono scuole di pensiero in questo senso che sfornano in continuazione soldati che potranno diventare generali come i quasi sempre e solo i preti diventano papi: razze prescelte.
Il modello che ci ha omologati si chiama consumismo e quello che ci sta per omologare è l'indifferenza.
Quando, sino alla seconda guerra mondiale, il calmiere agli eccessi, produttivi o filosofici, erano le guerre, anche nei paesi come il nostro, ciclicamente si poteva far ripartire da zero intere generazioni, fino alla guerra successiva, all'ennesima ricostruzione.
La fine delle guerre in casa nostra ha creato molto disagio pratico perché avere popolazioni che crescono prospere, in pace, in serenità, rallenta l'economia; parlo di quella reale, parlo di quella per la sopravvivenza. Il benessere soddisfa i bisogni primari e nell'ottica di "business", questo è un problema perché anche i guadagni e gli arricchimenti di pochi, calano. E allora sotto con bisogni succedanei, secondari, virtuali, superflui. Tutti mercati nuovi, per carità, lavoro nuovo per frotte di uomini e donne, vita che prosegue, soluzione di molti disagi. Come non riconoscere tutto questo?
Personalmente contesto la misura delle cose, l'ingordigia mascherata da libero mercato che fa produrre la ventesima marca dello stesso tonno in scatola, l'ennesimo modello di scarpe da jogging prodotte da forza lavoro terzomondista, l'ennesima auto a benzina o diesel.
Scuole manageriali come la Bocconi sfornano truppe di futuri manager allineati al concetto basico e ineludibile che un costo va rimosso, si tratti di persona o cosa, è l'utile, il guadagno sempre maggiore è il solo parametro possibile cui tendere. E lo stanno facendo senza pietà, sulla pelle della gente. Top manager di multinazionali continuano a essere liquidati con buone uscite a sei zeri. E poi ricominceranno altrove, tra loro funziona così. Credo che tutta questa presunta crisi che stiamo attraversando, sia un processo ben congeniato per azzerare un sistema consolidato e ricominciare da capo, una guerra senza spari, molto più sottile.
In questo quadro, in questo vortice, sta avendo il sopravvento l'informazione, la velocità di comunicazione,  come usa e getta continuo, che confonde ancora di più le idee di molti. Non potendo creare nuovi modelli di scarpe ci si preoccupa che monti l'indifferenza della gente, il suo essere sopita dagli eventi, la sua impossibilità a uscire dalla quantità di debiti cui si è fatta trascinare negli anni al prezzo del silenzio e della subordinazione.
Questi ultimi trent'anni sono stati decisamente vorticosi, hanno omologato la nostra vita verso un'altezza tale che adesso ci si accorge delle vertigini e della mancanza delle scale antincendio per scendere giù, a terra, al sicuro.  L'immagine di chi si lanciava nel vuoto dalle torri gemelle in fiamme, il 11 Settembre 2001, mi sembra calzi alla perfezione.
Ripensiamo case più basse ma confortevoli.

venerdì 27 settembre 2013

L'affitto della libertà

Il proprietario di questo locale mi ha chiesto l'aumento dell'affitto. Mi ha chiesto il doppio. Il doppio, le quattrocento euro mensili vuole che diventino ottocento, così, come se niente fosse. Il mio locale non è in centro, non vive sul passaggio dei turisti, ma sulla costanza dei residenti, sulla loro abitudine a venire dentro almeno una volta al giorno, per un caffè o poco altro. Questo locale è aperto dal 1974, l'ho spesso restaurato io, ho sempre pagato puntuale e il poco che avanza mi consente di vivere.
Ora mi raddoppia l'affitto, come se non mi conoscesse, come uno qualunque. E in nome di che, poi?
Il proprietario di questo locale è proprietario di tanti altri locali e di moltissimi appartamenti nel centro della città, la sua dinastia risale ai tempi della Repubblica, quella cosiddetta aurea, quando commercianti senza scrupoli come loro, finanziavano a tassi inauditi spedizioni oltre mare per guerre di religione in terre arabe.
Il proprietario vive sottotraccia, veste dimesso, non ti guarda negli occhi quando ti parla e gli occhi sono piccole fessure serrate alla luce.
Dice che la crisi mangia le rendite. E dice anche che commercianti cinesi sono disposti a offrire più del doppio e che mi sta favorendo.
Il proprietario è lo stesso che durante le prime migrazioni marocchine, affittava tuguri senza servizi, nel centro storico, in nero e a prezzi fuori mercato e ricattatori.
Però, il proprietario, la sua famiglia, la sua dinastia, ha anche delle vie dedicate, palazzi tutelati dall'UNESCO che ora affitta a peso d'oro; e questo proprietario, così come pochi altri come lui, gode della rispettabilità che si conviene a un nobile, si perché pure titoli nobiliari ha. E da noi i nobili, i ciarlatani e i furbi se non vanno al Governo quanto meno decidono le sorti quotidiane della gente normale e nulla si può contro di essi, protetti " dal clero o dallo stato" per dirla come Guccini.
E a noi che rimane? Che rimane della nostra vita? Delle nostre coerenze?
A noi che resta da fare? Andare o restare? Finire ai margini o lottare?
E ad Attilio, Mario, alla signora Pina a tutti quelli che prima della partita alla domenica vengono a prendere da me il caffè con la sambuca, perché porta bene, dicono loro, a loro che resterà? Quale altro saccheggio alle abitudini dovranno sopportare in nome dell'Economia?
Forse tra poco piove, sembra autunno ma odora d'estate.
In televisione dicono che il Governo cadrà perché i parlamentari che hanno come capo partito un condannato, pretendono che questi sia graziato in nome di non si sa che; e se non accadrà si dimetteranno tutti facendo così cadere un governo.
E a noi, noi, le persone, che resta di tutto ciò?
Bicchieri di vino e caffè freddi?
Incazziamoci, perdio.

martedì 10 settembre 2013

Le valigie

Non riesco a rimanere indifferente nel vedere qualcuno con una valigia.
Mi succede sempre, come se quella vista avesse a che fare con me, come se dentro quella valigia ci fossi io, ne fossi l'impugnatura in pelle o le ruote del trolley.
Valigie che quando sono posate a terra e colui che le conduce le tiene accostate alle gambe, mi fanno sentire la fatica di quel peso e provo a immaginarne la storia.
Penso che una valigia necessiti di tempo e di gesti accurati, credo che quei gesti non siano sempre involontari o ripetuti meccanicamente e sono certo che ogni indumento al suo interno, debba per forza avere la forza di un racconto viscerale. I calzini che vengono sistemati in una tasca laterale, sono stati pensati per quel viaggio e così i pantaloni accuratamente riposti perché non lascino pieghe a cui non si saprà trovare rimedio una volta fatti uscire da lì, perché nel luogo di destinazione non si avranno il proprio ferro da stiro rimasto a casa o le grucce adatte per appenderli.
In quelle valigie ci sono disegnati i volti dei loro conduttori.
Quando sono grandi e ingombranti anche i conduttori sono grandi e ingombranti, affannati nello sforzo di trascinare tutta quella storia; perché dentro le valigie viaggia la storia del conduttore.
Ci sono valigie che non ritorneranno più nella casa da cui sono partite e indumenti che troveranno altre collocazioni. Ce ne sono altre che con fare civettuolo ti raccontano, nel loro piccolo ingombro, di passaggi scanzonati da un posto all'altro dove non servono la storia e le scorte per il tempo che verrà, ma soltanto necessità per un momento rapido e fugace che consenta di non staccarsi mai dalla realtà ma solo di allontanarcisi per un poco.
Ci sono conduttori con gli occhi spenti seduti sopra di esse, con la testa tra le mani e la loro storia sotto il loro culo. Una storia che li ha scacciati da una parte all'altra, senza un progetto, una speranza immediata: valigie gonfie di lacrime.
I conduttori di valigie prendono la forma della loro valigia, rotolano con essa come un carro gitano per le vie del mondo,
Non riesco a non guardarlo, seduto al tavolo due metri da me, con la valigia di plastica dura appoggiata alla sedia, dal lato verso il muro, per non ostacolare il passaggio delle persone. E più lo guardo e più provo a immaginare cosa i suoi occhi riescono a vedere in quel momento, cosa lo abbia portato così a un passo da me, con la camicia sudata sotto una giacca striminzita che sembra non volerne sapere di stargli addosso. Forse avrebbe preferito trovare posto dentro la valigia, dentro a quel mondo nel quale crediamo di essere salvati e protetti ma che, invece, è solo un mondo che si sposta da una parte a un'altra, si svuota e si riappropria di spazi in nuovi cassetti e armadi, in differenti profumi, sempre pronto a farsi indossare dal conduttore che di quel mondo, molto spesso, conosce il solo il volume interno della valigia che lo contiene.

mercoledì 28 agosto 2013

I gesti

Mi piace credere che da qualche parte ricomincerò, potrò sentire il rumore della macchina del caffè che fa il primo della giornata, Mario che tira su con il naso dopo il sorso di sambuca, i vetri della porta d'ingresso instabili nelle loro guide ad ogni ingresso o uscita.
Mi piace credere che questi gesti non sono delle casuali conseguenze giornaliere ma il dovuto alla mia presenza in questa vita. Penso che non sono io a volere questa vita fatta così perché io non sono senza la mia vita é lei che decide.
Sapeva già, prima che nascessi, quali sarebbero stati i miei gesti e perché proprio quelli.
Quando mi capita di chiudere gli occhi, in piedi dietro il mio bancone di oste, intanto che il locale si anima di gente che cerca solo di nascondersi, proprio in quel momento, vedo che nella penombra delle mie palpebre si stampano delle immagini in silhouette che rimangono lì per un po' e poi svaniscono come il ricordo di qualcuno che non c'è più.
Mi piace credere che ricomincerò da qualche parte senza più serrare gli occhi, senza ombre come negativo di una foto mai scattata.
Mi piace credere che in fondo non serve molto per stare qui, dietro a questo bancone, non servono le tazzine e i cucchiai, la gente che li usa e i soldi che ti pagano.
Credo che basti solo respirare piano e lasciarsi perdere.

mercoledì 14 agosto 2013

Un incontro

Qui le persone passano, qualcuna si ferma per un po', qualcuna parla con me molti pensano ai fatti propri. Quasi tutti hanno una ragione per entrare, fosse anche solo bere un caffè.
Ma a volte accade che qualcuno che non ti aspetti, entra, non dice niente, non cerca niente ma lascia la sua presenza nell'aria per molto tempo.
Quando l'ho vista entrare che guardava intorno un po' sperduta, ho creduto stesse cercando qualcuno, o che stesse allontanandosi da qualcosa. Ma non passava indifferente, i suoi occhi erano avidi, piccoli e socchiusi, si guardavano intorno ma sembrava non cercassero nulla, solo guardassero per assorbire quella luce che a quell'ora nella mia Osteria si viene a creare tra la porta d'ingresso e il bancone del bar. E' una luce polverosa, a ventaglio, che traccia una via tra il fuori e il dentro, come fosse una guida superiore che indica una via.
Lei è rimasta qualche minuto ferma dentro a questa luce che le illuminava i bordi delle braccia, lunghe e sottili, appena scostate dal tronco, leggero e ossuto dentro a una camicia di cotone bianca, leggermente aperta sul collo che lasciava immaginare un seno piccolo e coerente, intimo.
E' rimasta così qualche minuto. Poi ha fatto ancora due passi avanti, mi è venuta vicino e ho capito quegli occhi castani così profondi che volevano raccontare tutto di sé.
Mi è venuto spontaneo chiederglielo :
" Sembra lei abbia un dolore, da qualche parte."
Lei mi ha guardato, ha girato la testa un po' a destra, un po' a sinistra per sfuggire lo sguardo e i miei occhi, lasciando vedere i tendini del collo che mostravano la loro forza. Poi con un sospiro e con lo sguardo che per un attimo è rimasto nel mio sguardo, mi ha risposto:
" Tutti abbiamo un dolore, da qualche parte".
Mi ha sfiorato la mano che tenevo sul banco con la sua mano lunga e definita, ha disteso le sue labbra in un sorriso e socchiuso gli occhi, poi è rientrata, voltandomi le spalle, nel ventaglio di luce e polvere ed è uscita, leggera, come era entrata.
Non so, forse ritornerà.

martedì 2 luglio 2013

Genova


Sull’angolo della strada, in alto sul muro, c’è la lastra bianca che indica la via, Largo Caproni, un poeta, il poeta della città, delle salite raccontate, dell’aria respirata come fosse la sola e l’ultima, degli scorci a brandelli. Si passa, tra due muri, un tratto di asfalto che sale leggermente e poi, di colpo, come un trampolino, si inclina in avanti, trasformando il grigio bitume in rosso mattone. E le pareti ai lati cambiano, poco dopo un cancello, a destra, da dove spiando s’intravvede un giardino e un edificio, entrambi pronti al grande balzo dentro a quello spazio che si apre senza interruzione di fronte. Non muovetevi, restate fermi. Guardando in basso verso la mattonata, per un po’ lo sguardo indugia sulla serpentina che disegna il passo, con i muri di sasso ai lati, a volte gonfi verso il sentiero che sembrano voler esplodere di colpo, sassi grigi, spugnosi, raggrinziti, antichi e osservatori immobili. Ma prima di cominciare la discesa bisogna alzare la testa e sfidare il balzo: il mare. Là sotto in fondo allo sguardo, e prima il porto, e prima ancora i tetti delle case e quindi la serpentina rossa sotto i piedi che pare voler entrarci sotto, dentro, farsi risucchiare. I suoni sono di campagna, il passero lo dice con il suo canto primaverile, il fruscio delle prime foglie sui rami, la brezza che sa di sale ed erba.
Da lì si comincia l’immersione, si prende un po’ di fiato e a due passi alla volta, poi una sosta, si discendono i gradoni e si alza lo sguardo al mare, ogni tanto, per vederlo ancora là che specchia la luce sul porto e le case, sempre più vicino ai piedi. Scalini, mattoni, e poi scalinate, muraglioni, tornanti ripidi e sempre più case assecondano la discesa, l’immersione dentro a quei suoni che là sotto aspettano, come coralli in fondo al mare, di raccontare la loro storia. Tu da quassù di Genova ne puoi solo immaginare la forma, i colori, ma solo quando sarai immerso del tutto e quel mare sarà sopra di te, allora e solo allora, potrai lasciar fare allo sguardo, al naso e all’ascolto. Ora ti stai solo immergendo, compiendo piccoli sforzi, apnee necessarie.
Ci s’immerge, se credete di camminare, vi sbagliate.
 

sabato 15 giugno 2013

I posti dell'anima


Scendi, se puoi, scendi, vai dentro di te, vai più giù che puoi. Tappati le orecchie, turati il naso, ma gli occhi no, quelli non smettere di tenerli aperti; stringi gli zigomi e le sopracciglia, consenti che una piccola fessura di palpebra possa osservare ciò che ti appare di fronte.

Dopo un po' ti ci abituerai e la tensione sulle tempie si alleggerirà e resterà solamente una fitta nella cavità oculare e a quel punto nulla potrà distoglierti dal guardare tutto quello che hai tenuto nascosto per così tanto tempo.

Non aver paura di guardare e non spaventarti se ciò che vedrai sarà qualcosa che non conosci e parlerà con una voce che non riesci a comprendere e ti toccherà la spalla facendoti sobbalzare.

Sei arrivato nei posti dell'anima, quelli che non sapevi o che avevi scordati.

 Quei luoghi sono sempre stati lì e a un certo punto ti vengono a cercare, ti fanno sentire il fruscio del susino che arrampicavi, la voce che avevi nel farlo, l'aspro del frutto che coglievi con la libertà di poterlo sputare piuttosto che di saperlo maturo.

Nei luoghi dell'anima riascolti l'eco della tua libertà e di quel semplice ingranaggio che non necessità di accensioni ma di attenzione: vivere.

E lì, allora, ti fermerai e solo in quel punto, ricomincerai.



giovedì 21 febbraio 2013

Le ombre

Stare in silenzio con le proprie paure e credere di non scivolare via.
Pensare al silenzio come a un vuoto nel quale spingersi, certi di conoscere quel vuoto e di quel vuoto essere esperti. Cucire trame complesse,mondi unici e rumorosi che si agitano a un nostro cenno o su una parola sola cercata apposta per scatenare quella baraonda.
Rimbalzare da una parte all'altra come su un tappeto elastico, più spingi più sali su, più muovi le braccia e migliore é la traiettoria verso l'altro, annaspi come un nuotatore contro le onde, un pensiero dopo l'altro, una paura dopo un'altra, senza sosta, rimbalzi. Ora sei te che t'insegui minaccioso, ti ingiuri, vorresti strapparti la pelle di dosso, maciullare quel corpo che ti contiene a forza, vorresti scomparire, non esistere, perderti, farti ritrovare e poi perderti un'altra volta.
Ogni occhio guarda te, ogni vita ignora te, ogni sorriso sembra uno scherno " Attenti! Arriva il pazzo!", senti dietro ogni sguardo.
Nel vuoto le ombre svaniscono, nulla ti si fa doppio.
Ti guardano dall'alto cadere.

lunedì 11 febbraio 2013

Dizionari naturali

Chi scrive parole rivolte a possibili lettori, ha delle responsabilità e non può mentire, perchè sarebbe smascherato in un attimo.
Scrivere è come una talpa gigante che scava nella pancia e nella testa dell'autore obbligandolo a fare detriti di sé ogni volta terminata una parola perchè, senza detriti, lo scavo non procede e non porta da nessuna parte.
La grande massa di detriti resta accumulata disortinatamente ai lati del solco tracciato, può essere riutilizzata per richiudere i buchi, può essere inviata altrove per liberare dello spazio, può essere a sua volta scavata nuovamente. Le possibilità sono innumerevoli ma tutte non prevedono l'abbandono fine a se stesso.
Molto spesso accade di sentire in giro che ci sono scavi più adatti e altri meno adatti, profondità più cònsone e altre marginali, detriti preferibili ad altri.
Molto spesso pare di sentire in giro che una forma di condivisa civiltà sia quella opportuna da tenere. Addirittura si sente parlare di profondità quali l'amore o l'amicizia o l'istinto, come fossero prodromi della loro presunta meccanicità; come se solo quel sentimento, fatto così, con quel dizionario, potessere essere il solo accettabile.
La negazione di certi dizionari è considerata, molto spesso, alla stregua di una malvagità, di una colpa da espiare, di ore e giorni di analisi psicoanalitica cui sottoporsi, piuttosto che il rovescio di un linguaggio naturale.
Chi scrive qualcosa che altri magari leggono, ha responsabilità terribili, soprattutto verso se stesso, la sua umanità, la sua paura del buio, del vuoto, del precipizio, nel quale con terrore s'accosta sapendo che la caduta è la soluzione. 

lunedì 4 febbraio 2013

Guardarsi dentro

Pensare cos'è? E pensare è anche guardarsi dentro?
Perchè per molto tempo ho creduto le due cose andassero a braccetto mentre invece da qualche tempo tutta questa certezza non ce l'ho più.
Sembra che il pensiero non serva da solo per guardarsi dentro e guardarsi dentro necessita di un'energia particolare che a volte ha a che fare con il pensiero ma molto più spesso con le emozioni.
Io amo scrivere.
Ma penso di non essere capace a farlo.
Penso di non essere capace perchè per farlo, quasi sempre, metto in moto una serie di pensieri che qualcuno mi dice essere pensieri "politicamente corretti", che è una di quelle frasi di fine novecento che odio profondamente al pari di espressioni quali "alla moda", "di tendenza" e altre, ma che non mi consentono di entrare con tutto il dolore possibile nelle cose che là dentro dovrebbero alloggiare.
Quello che invece mi interessa eccome è scoprire come si deve fare per guardarsi dentro per davvero e far lasciare uscire quella materia non materia che qualcuno chiama anima.
Forse, semmai ci riuscirò, potrei anche imparare a scrivere.
Oggi non credo di esserne capace.
Penso e penso troppo, giro intorno e non entro mai.
Se qualcuno mi spiega cos'è l'amore, ad esempio,provo a concentrarmi e capire.
 

P.S  se vi va di commentare, fatelo qui, sul Blog. Grazie

martedì 29 gennaio 2013

Il passato


Uno dei problemi del passato è che si mangia il presente e se non fai attenzione, anche il futuro.

Quando la mattina mi alzo è un presente che si ripete con monotonia e con rituali quasi sempre consolidati, i piedi giù dal letto in quel modo, lo stropicciare gli occhi, l’indossare un paio di pantaloni, strascicare i piedi per arrivare in cucina, versarsi il latte nei cereali, preparare il caffè, accendere la televisione e ascoltare notizie già vecchie di ore, in silenzio e poi scambiare quattro parole con chi mi vive accanto, parole che sanno di progettazione della giornata, di parole senza particolari energie vitali.

E quando esco di casa e vado a fare qualcosa, quel rito del risveglio è già trascorso, è già passato e non sempre ne tengo conto. Se ho creduto di aver vissuto perché sono stato in giro per il mondo, cambiato mestieri, conosciuto una moltitudine di persone, la volta che mi trovo a passare sotto le finestre della casa dove sono nato, e passando incrocio un volto che è invecchiato come me e non riconosco, allora mi nasce il rimorso di un tempo trascorso che non ho saputo mettere nella giusta dimensione.

Il passato ti fa ricordare una felicità che non sapevi di avere, quando lo vivevi, e per quella particolare felicità, adesso, fai i conti con un presente trafficato di eventi da catalogare e da spedire nel futuro che saranno poi quel bel passato la cui nostalgia, ora, ti rende immobile.

Torno a casa la sera, vado a dormire e ricomincio.

mercoledì 23 gennaio 2013

L'odio e la paura

Qualcuno ha scritto che siamo dei sonnambuli, le città sono piene di sonnambuli, di gente che dorme e non da mai la sveglia alla propria anima.
Questo fatto dell'anima, della spiritualità, dell'inconscio, del conscio, sono ombre che spesso mi spaventano e chi si spaventa in genere ha delle debolezze legate alla paura, verso qualcosa che non conosce e verso, soprattutto, il timore di affrontarla. La paura io non la so spiegare.
Non so spiegare cosa accada da far si che nel volgere di pochi minuti un qualsiasi dettaglio, benché minimo e irrisorio ai più, mi metta addosso tutta questa paura. Paura di esistere, di fare quel passetto in più dove non sei più protetto da una qualche stabilità che ti sei costruito, ma devi rischiare anche di cadere. Allora sto fermo, non rischio, guardo gli altri, gli invidio la capacità di fare, di rischiare, di vivere. Perché a me questa parola "vivere" è una di quelle che mi mette paura.
E quando mi accorgo di tutto questo, arriva lui, l'odio, l'odio verso ciò che sono, l'odio verso ciò che faccio.
Non siamo macchine né giuste né sbagliate. Non siamo neppure macchine. In fondo non ci rompiamo mai e tutto sommato non ci sono pezzi di ricambio per farci andare avanti.
Allora che si fa?
Forse ci si dovrebbe accontentare di avere un'anima tra le tante che come tante cerca solo di essere ciò che è, nonostante tutta la nostra fatica per impedirglielo.

domenica 13 gennaio 2013

Spazi in rovina


Quando avevo dodici anni sembrava un fatto lontano immaginare che io potessi un giorno essere mio padre, averne le fattezze, il peso, la barba, la voce e la determinatezza.

Quando avevo dodici anni la cucina era il posto dove la voce di mia madre aveva quella risolutezza che non ammetteva repliche e che ti seguiva come un eco intanto che veloce fuggivi verso altre stanze.

Quando avevo dodici anni pensavo che a quaranta non sarei mai arrivato e quaranta mi sembrava un numero lontanissimo e impossibile.

Quando avevo dodici anni il pensiero era solo un lampo proiettato sull’immediato e i gesti, gesti compiuti nell’immediato e le parole, parole che scoprivo per la prima volta.

Ora che guardo queste stanze e ho superato i quaranta e sono ancora qui, vedo che dalle macerie di un tempo trascorso in fretta, sono comparsi dei bagliori che spesso mi ostino a chiamare luci ma che luci non sono ma che credo abbiano a che fare con la certezza che nulla il tempo rovina ma solo gli cambia aspetto, lasciando immutata la sua forza.

Spazi ristretti


Io, io, io; adesso lo so, mi basto.

Io, io, io; ciò che si vede là fuori è tanto nitido che sembra di starci in mezzo.

Io, io, io; so tutte le parole del calendario a memoria e i giorni non hanno segreti per me.

Io, io, io; se muovo leggermente un braccio posso anche provare a grattarmi la schiena, ma non mi prude, per cui non serve.

Io, io, io; il mondo si può cambiare, io posso.

Io, io, io; se respiro lentamente il cuore rallenta, il sangue fluisce lento, l’ossigeno s’espande, la testa funziona.

Io, io, io; trovassi almeno la luce.

Io, io, io; forse un giorno scenderò le scale.

sabato 5 gennaio 2013

I gesti

Lui ha paura e si vede, ha la testa irrigidita e lo sguardo abbandonato a sinistra che guarda tra il pavimento e le gambe del tavolo, lei si è alzata con pochi movimenti, ha allungato la mano affusolata sopra il suo avambraccio destro depositato sul tavolo e si è allontanata, aggiustandosi la cinghia della tracolla sulla spalla sinistra. Non si è voltata, ha chiuso la giacca militare fino al collo, ha aperto la porta, richiusa dietro sé senza voltarsi ed è scomparsa.
Il suo braccio sinistro penzola dalla spalla fino alle gambe della sedia su cui è seduto, appena staccato e obliquo dal bordo del tavolo. Gli occhi sempre fissi. Lo sguardo opaco.
Ha lasciato la giacca abbottonata e la cravatta forma come un onda sotto il suo mento, la camicia stringe il colletto al collo, segnandolo.
Che strano conubbio di diversità e di gesti è a volte la vita.