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domenica 27 novembre 2016

Armando e il sol dell'avvenir

Si chiama Armando, una quarantina d'anni, l'aspetto curato e modi cortesi.
Da qualche tempo passa qui da me, a volte con qualcuno altre da solo.
Mi saluta per nome, con garbo, si siede su uno degli sgabelli ai tavoli e ordina qualcosa: un caffè, un bicchiere di bianco, una Sambuca...a volte arriva con un cartoccio di fritti.
Si siede lì, mangia e beve, scambia qualche parola, spesso in dialetto e poi va per i suoi passi, salutando gentile.
E' chiaro a tutti che la mia Osteria non è esattamente un locale alla moda per giovani.
E' soprattutto la mia corazza e rifugio ed è ancor di più uno spazio esente da realtà per i non molti avventori.
Star fuori dalla realtà, per molti di loro, è un sollievo.
Armando invece, non me lo spiego qui.
Ha l'età della realtà, i modi e i gesti del suo tempo, ha un sorriso che ai più, qui, manca.
Ha questa voglia di dialetto tra le labbra che mi sorprende, proprio perché fuori da questo tempo.
Ieri pomeriggio commentavamo un fatto di cronaca: la morte di Fidel Castro: l'ultimo rivoluzionario.
Molto semplicemente, Armando, ha commentato l'aspetto dittatoriale del personaggio, i suoi lati orribili tra privazione della libertà e violenza al suo popolo.
Io mi sono inalberato!
Ma come?? Il solo rivoluzionario che ha avuto, lui e il suo popolo, le palle di non sottomettersi all'imperialismo statunitense, che ha dato dignità, pur nella povertà, al suo popolo costretto a imbarco dall'Occidente...tu, ragazzino, me lo metti sullo stesso piano di un Mussolini qualunque?
Armando m'incalza, dicendo che se si è anti fascisti non si possono accettare alcun tipo di dittature.
Che il Socialismo, di cui orgogliosamente parlavo, è lettera morta.
Anche il Capitalismo, ribatto io, è lettera morta: hanno perso entrambi.
Silenzio.
Silenzio.
Abbiamo perso tutti.
Non c'ho dormito stanotte.
Il senso di vuoto o peggio, di un nuovo senza connotati, mi ha destabilizzato.
Armando mi ha spiazzato, perché non è da nessuna parte.
Io e molti della mia età, abbiamo sempre avuto necessità di una parte, un luogo in cui riconoscerci.
Oggi non so dove stare.
L'Osteria è una specie di porto franco per me. Ma è collocata in uno spazio che non riconosco più, nel quale mi son perduto, evidentemente.
Armando, accidenti a te!
Ti dovrò offrire un bianco appena ritorni, ma dimenticati ti dia ragione: sarebbe troppo!
Già il senso di fine corsa è il mio compagno abituale di viaggio che ricredermi sarebbe ancor troppo faticoso.
Bisogna essere quando si è e poi aver la dignitosa possibilità di ritirarsi senza dare impiccio: un lusso in questi tempi.
Qualcosa è stato, qualcosa sarà.
Armando è e diverrà.


giovedì 24 novembre 2016

Credere

Forse è solo tutto uno stupido abbaglio, credere.
Credere si possa stare in pace, non temere i confronti, credere in ciò che si fa e si dice.
E' uno stupido abbaglio perché non siamo mai da soli anche quando ci trinceriamo in una piccola Osteria come questa o nei nostri pensieri.
Figure camminano dentro al loro mondo ciascuno con le proprie solitudini e pensieri.
In quella moltitudine le solitudini impattano tra di loro e ciascuna reclama qualcosa che, di quella solitudine, si fa abito per ogni occasione.
L'occasione di un riscatto e di sentire per davvero la propria voce fuori dal confine della propria testa; scoprire i suoi accenti e spaventarsi quando non ha il suono che s'immaginava.
La solitudine cerca solitudine ma due solitudini sono già una moltitudine muta che comunque esiste e si fa manifesta, condiziona le giornate, le scelte e nel trovare le parole che possono servire, si compone tutto il dizionario ignoto alle nostre labbra.
Credere.
Credere negli altri e aver cura di sé sempre sul filo di quello strapiombo che sono le nostre convinzioni maturate in silenzio.
Io credo.
Credo si debba smettere di non credere mai a nulla cercando al tempo stesso di essere sempre un po' più disponibili e attenti a quel vocabolario di solitudini che ci stanno intorno.
Io credo.
Ci credo.
Crederò
Lascio si possa  credere.