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lunedì 25 luglio 2016

Estate

L'osteria è chiusa.
D'estate il caldo non s'addice all'Osteria e neppure a me che ne sono l'Oste.
Giro e cammino per le strade assolate e mezze vuote per poi attraversare la sera e quasi niente la notte di questa città che mi ospita.
Tutti diventano turisti in questi giorni, anche i residenti.
Lo capisci da come si muovono e come si vestono.
Hanno un passo lieve e distratto dentro abiti leggeri, che sembrano attirare il sole su di loro e rifletterlo sulla strada.
Sono teste che si alzano e guardano oltre ai tetti delle case quasi a cercare qualcosa di mai guardato fino a quel momento, come in attesa di un segnale qualunque per fermarsi e scoprire una novità: una sporgenza di un terrazzo, un riquadro nel muro ben illuminato dalla luce, un volto alle finestre che racconti una storia.
Sono un gelato al passeggio, sudore che segna le magliette acriliche sulla schiena, sandali e cappelli sulla testa. E' caldo che cerca fresco ma vuole il caldo estivo, perché d'estate questo si desidera: la temperatura; la libertà dei gesti, la libertà delle intenzioni.
La città è varia e al tempo stesso ben catalogata nei suoi generi, solo cambiata d'abito, adesso estivo.
Gli stili rimangono identici; quelli dei quartieri collinari hanno il vestito da circonvallazione, occhiali ricercati per ripararsi dal sole e distinguersi. 
Rimane identica la barba lunga e curata dell'alternativo, il suo fare da Artista maledetto.
Rimane maledetto il maledetto da tutti, extracomunitario o straccione, rimane invariato lo scandire della giornata.
I bambini sono un po' più bambini e meno organizzati che d'inverno: almeno riempiono per maggior tempo le piazzette con giochi loro.
Tutto rimane identico tranne il clima, al quale ci si adegua.
Rimane identica la paura di vivere di qualcuno o di tanti, il desiderio di essere migliori; i sorrisi sono più sorridenti del solito, la sfrontatezza dei giovanissimi, immutata, semmai più sfacciata ancora, con i loro corpi belli in evidenza, accoglienti nelle abbronzature.
Dalle finestre delle case asciugano al sole gli attrezzi da spiaggia e molti indumenti colorati.
Si sente vociare sino a tarda sera nelle vie del centro; se ci si avvicina al lungomare, intere famiglie fanno "flaneur" in abiti rinfrescati e ben stirati.
Io ricerco spesso l'ombra di un vicolo o qualche pianta di giardini pubblici per respirare e mi sento nell'onda con gli altri, osservato e osservatore.
Sento il calore dell'asfalto nella pelle dei piedi che slittano sulla gomma della scarpa estiva e il contatto della fibbia sul collo del piede, a volte, mi toglie forza.
A casa apro le finestre, faccio passare la corrente, mi spoglio e leggo qualcosa o non faccio assolutamente nulla in mezzo a quell'aria rigenerante.
Fuori le voci seguono il flusso delle ore e delle temperature, con punte di silenzio e di chiasso.
C'è un vento interiore che sa di tempesta, come quando nubi di calore vengono colpite da un getto d'aria fredda.
La pioggia rinfrescherà e sarà ancora estate.
 

martedì 21 giugno 2016

Sebbene

Ci sono ragioni che non si spiegano.
Come tenere aperto questo bar, anche se preferisco chiamarlo Osteria.
Non ci sono buone motivazioni economiche, neppure prospettiche ( non ho eredi), neppure culturali nel senso più autorevolmente inteso o storiche.
Ma l'Osteria rimane aperta, io mi limito ad alzarne la serranda, accenderne e spegnerne le luci, acquistare e rivendere oggetti in vetro o confezionati.
Insomma, nonostante me, lei, l'Osteria, vuole rimanere aperta e viva.
Io l'accompagno, mi adeguo e nonostante tutto, tiro avanti.
L'Osteria sono le persone che transitano con le loro storie che lasciano come alone sul bordo dei bicchieri che poi laverò per poter poi raccontarne e lavarne di nuove.
In questo gesto c'è il senso di questa ragione inspiegata.
Ogni tanto qualche bicchiere lo conservo.
Non lo lavo e lo chiudo in un cassetto, qui, sotto il banco.
Non chiedetemi perché: lo faccio.
Non ne ho molti ma neppure pochi e molto spesso li tiro fuori dalla loro ombra e li osservo in controluce per leggere le tracce lasciate.
Qualcuno è più appannato, altri sono polverosi, altri ancora hanno un velo di grigiore non rimovibile.
Quelli che ripongo nel cassetto in realtà mi domandano di essere riposti perché chi li ha tenuti tra le dita, in quei pochi attimi, ha saputo raccontarmi liberamente tutto di sé e io a lui.
Questa libertà di essere è la più grande libertà che posseggo e che alimento tutti i giorni, con nuovi bicchieri, nuovi sguardi, finché un'anima affine si palesa e allora resta lì, per sempre.
Sebbene possa sembrare non adatto a questa vita, questa vita è la sola che ho e si adatta a me e io a lei.
Il resto, a ben vedere, sono luci da accendere e spegnere, serrande da far scorrere, bollette da pagare e nulla da perdere.
* l'immagine è un'opera di un'artista genovese, Cinzia Ratto.



mercoledì 25 maggio 2016

La serranda del tempo

Io lo so che non è mai tempo perso.
Anche quando mi mordono il culo ad ogni passo e ogni volta sembra di ricominciare da zero; quando mi sbarrano la strada o pestano i piedi, lo so che non è tempo perduto.
Da dietro il mio banco di questa dimenticata osteria, ripercorro ogni istante, ripasso nella memoria ogni voce e ogni volto che da lì mi ha chiesto di ascoltare, ordinato da bere o si è assopito con la testa ciondoloni.
Quando un fornitore voleva essere pagato subito, quando un vigile mi voleva multare per un orario non rispettato, un vetro rotto.
Quando ho creduto fosse una buona idea questo luogo e quando ho capito che non ne potevo più fare a meno.
Non è mai tempo perso.
Il tempo è un cortile silenzioso dentro il quale si agita l'aria e gli sguardi da dietro le persiane si fanno curiose in attesa di un tuo gesto.
Non è mai tempo perso, non lo sono le parole dette e ancor più quelle che si sono trattenute nei pensieri.
A volte ci credo per davvero di essere libero al punto di sentirmi libero di pensarlo fino a sorridere da solo nel farlo.
Abbasso e alzo la serranda alle stesse ore degli stessi giorni da non so più quanto tempo, torno a casa, passeggio, fumo una sigaretta, mi guardo intorno, sorrido a chi mi pare, mi svesto, dormo, sogno e mi risveglio: giorno dopo giorno.
Anche se mi mordono il culo a ogni passo, mi dicono " vecchio scemo!", ridono per i miei abiti antichi e la mia testa tra le nuvole.
Alzo la serranda e attendo.
Qualcuno passa sempre per cui valga la pena non perderlo, questo tempo. 


martedì 24 maggio 2016

L'appartenenza

Appartenere.
A qualcuno, a qualcosa, a un'idea.
L'appartenenza è un lento divenire e un continuo attendere una nuova sfumatura cercandone sempre di nuove.
L'appartenenza a un'idea ha consentito di costruire delle nuove società, lottare per esse e ci è voluto del tempo.
Lo stesso per conservare una relazione o un'amicizia.
Ci si deve lavorare di continuo, sfidando la noia e il disamore quando non tutto si manifesta come vorremmo.
Le idee e, con esse, le ideologie lasciano il passo al possesso immediato di un riscontro tangibile. 
Pare non esserci più la voglia e neppure la pazienza per attendere un risultato: si vuole tutto e subito. Altrimenti, si passa oltre.
Ho speso molta della mia vita ad attendere un risultato da conservare, un sogno da raggiungere, un risparmio da fruttare, quasi sempre vanificati dalla fretta.
I caffè si buttano giù caldi o freddi, ma di fretta.
Apparteniamo a noi, alla nostra anima.
Qui passano sempre meno anime e sempre più corpi in fuga, repentini e sfuggenti, buoni come capocchie di cerini che avvampano e si consumano.
Le anime si trincerano, chi la conserva ancora, si tiene alla larga: fanno sorridere, le anime.
Le anime sanno parlare ma non hanno bocca se non si rischia un alito a volte sconveniente.
L'odore di certe anime infastidisce gli adoratori di questo tempo senza appartenenza, mischiati nella folla dei maratoneti del tempo consumato.
Ci sono anime che soffiano da dentro per uscire e serriamo i denti per paura di mostrarla, quell'anima nostra, reale, nuda e così lontana dal nostro vestito.
Bisogna appartenere a qualcosa, a qualcuno, a un'idea.
Che siamo noi, Dio senza schemi che non lasciamo vivere quasi mai. 


domenica 15 maggio 2016

La ragione dei giusti

Ci sono ore che sanno di orologi fermi da tempo.
Nei dialoghi che ascolto, noto sempre di più il vuoto e la sbadataggine verso la presa di conoscenza di se stessi.
Non sento parole che si mischiano, ma concetti che si sbattono contro, veloci come particelle impazzite dentro un acceleratore.
Si corre, individualmente, cercando un traguardo e ignorando il paesaggio intorno.
Si corre perché sembra la sola possibilità per esistere.
Una gara continua contro un tempo che non si lascia svolgere ma si butta indietro cercando vittorie e conferme del proprio correre.
Ridurre il tempo per allungarlo, come se una maratona ci garantisse vita eterna.
Il caffè si trangugia intanto che si telefona, l'alcool perché allontana inebriando.
Ci si guarda appena e si ascolta ancora meno.
Si sente, come una musica in un parcheggio di un supermercato, sottofondo indistinto e continuo.
Si sente di dover dire, essere certificati in qualche misura.
Ultimamente vedo occhi stanchi, abiti curati per una qualche apparenza confortante.
Ma quasi mai qualcuno che ti chieda come stai, chi sei, cosa desideri.
Sembra esserci una sola ragione possibile: quella giusta.
Mario non c'è più.
E' andato via un pomeriggio di fine Gennaio in quella solitudine tanto simile al momento della venuta la mondo.
E' andato via, da qualche parte, di certo qui nei miei pensieri.
Mi mancheranno i suoi silenzi e il suo guardare sinceramente perplesso.
Mi mancherà la sua epoca che è anche la mia.
La ragione dei giusti non prevede l'osservazione ma il possesso di una posizione consona piuttosto che di un giudizio definitivo.
Ci sono buone ragioni per chiudere un Osteria. I costi e ancora di più la mancanza di sguardi, di armonia, di complice appartenenza.
La ragione dei giusti, dei nuovi giusti, ti vuole giusto come loro, altrimenti non esisti.
Come un caffè in una tazzina senza manico. 


lunedì 15 febbraio 2016

Il parafulmine

Ho appeso degli oggetti alle travi del soffitto.
E' un vecchio locale e le travi sono vecchie, indurite dal tempo e scalfite dall'incuria di una manutenzione minima o assente.
Quando le guardo mi viene sempre voglia di toccarle, sfiorarle, lasciarci la mano sopra per un po' per vedere se succede qualcosa.
Mi fanno lo stesso effetto i muri dei palazzi del 1200 che ci sono qui intorno; come alcuni  lastricati rimasti originali per le vie.
Penso che ci saranno anche dopo di me e che hanno visto e sentito altri come me per molto tempo.
Penso ridano.
Ridano dei nostri passi sempre identici, della sfilza di parole e pensieri che sembrano sempre originali e unici, come grandi sorprese, come ci fosse sempre qualcosa da scoprire.
Stanno lì e ridono, li riammoderniamo con colori nuovi e intonaci e nuovi infissi e ascensori e marmi nuovi, e stanno lì intanto che passiamo.
Anche le travi sul soffitto sono così.
Da lassù ci osservano.
Per questo ho appeso questi oggetti: una stadera di mia nonna, pentole e misurini per il vino in stagno, credo, che si usavano un tempo per dosare il vino; e una chiave inglese appartenuta al mio bisnonno, un trapano a mano di mio padre, una tenaglia, un lucchetto.
Ne metterò fino a toccare terra.
E' come se mettere storia su storia, la mia storia su quella pubblica, possa arginare le risate che quelle travi, come quei muri, si fanno al sentire le mie chiacchiere e i miei pensieri che credo sempre così originali: possano fungere da massa a terra.
Ci sono ricordi non più consultabili a voce che a un bel momento hanno il sopravvento e vanno lasciati scorrere.
Come il fulmine nel cavo a terra di un parafulmine.
E' il momento che ti accorgi che quello davanti, quello cui i più giovani danno la baia, ora sei tu.
Se dal soffitto a terra metto ricordi tangibili, forse sarò un po' più in compagnia,
 
 



mercoledì 27 gennaio 2016

Buonanotte

La fine di una vita a volte ti sorprende.
Da bambini giochiamo a spararci e fingerci morti; in televisione cadere i cattivi come birilli, nei video sul web scene di impiccagioni precedute da pubblicità di auto potenti o deodoranti per cessi.
E sempre, giriamo pagina e andiamo oltre.
Non è la nostra morte, non ci riguarda.
E' un dettaglio, un numero sulla statistica.
Ma poi tocca a ciascuno, un genitore, un amico e allora la morte è devastante, lenta, lunga e pesante; toglie il fiato, svuota, ti costringe ad aprire cassetti mai aperti e guardarci dentro.
Guardati vecchietto mio, pelle e ossa, dalla bestemmia pronta come un tempo quando quelle ossa e pelle erano muscoli e forza, sberle e strette e calci in culo pesanti.
Ora sei lì, un pappagallo per pisciarci dentro e l'impresa di passi strisciati e pieni di affanno per raggiungere la cucina o il letto.
" Voglio dormire così passa più alla svelta"  e non la nomini, non la cerchi.
La ignori e lei ti lascia consumare piano piano, costringendoti a un farmaco, un passato di verdure, a una poltrona e all'ennesimo risveglio rancoroso.
Dammi un cow boy dalla pistola veloce, una freccia scagliata dalla torre più alta, un " Ciack! Si gira!"  e facciamola finita, come la comparsa che cade come un birillo, il palazzo che brucia, così che si possa vedere la fine del film e goderne la trama.
Buona notte ancora stanotte sperando sia notte, prima o poi, notte per dormire per davvero.
Per sognare il settimo cavalleggeri, i " cavalli e poua".
Buonanotte.