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martedì 29 gennaio 2013

Il passato


Uno dei problemi del passato è che si mangia il presente e se non fai attenzione, anche il futuro.

Quando la mattina mi alzo è un presente che si ripete con monotonia e con rituali quasi sempre consolidati, i piedi giù dal letto in quel modo, lo stropicciare gli occhi, l’indossare un paio di pantaloni, strascicare i piedi per arrivare in cucina, versarsi il latte nei cereali, preparare il caffè, accendere la televisione e ascoltare notizie già vecchie di ore, in silenzio e poi scambiare quattro parole con chi mi vive accanto, parole che sanno di progettazione della giornata, di parole senza particolari energie vitali.

E quando esco di casa e vado a fare qualcosa, quel rito del risveglio è già trascorso, è già passato e non sempre ne tengo conto. Se ho creduto di aver vissuto perché sono stato in giro per il mondo, cambiato mestieri, conosciuto una moltitudine di persone, la volta che mi trovo a passare sotto le finestre della casa dove sono nato, e passando incrocio un volto che è invecchiato come me e non riconosco, allora mi nasce il rimorso di un tempo trascorso che non ho saputo mettere nella giusta dimensione.

Il passato ti fa ricordare una felicità che non sapevi di avere, quando lo vivevi, e per quella particolare felicità, adesso, fai i conti con un presente trafficato di eventi da catalogare e da spedire nel futuro che saranno poi quel bel passato la cui nostalgia, ora, ti rende immobile.

Torno a casa la sera, vado a dormire e ricomincio.

mercoledì 23 gennaio 2013

L'odio e la paura

Qualcuno ha scritto che siamo dei sonnambuli, le città sono piene di sonnambuli, di gente che dorme e non da mai la sveglia alla propria anima.
Questo fatto dell'anima, della spiritualità, dell'inconscio, del conscio, sono ombre che spesso mi spaventano e chi si spaventa in genere ha delle debolezze legate alla paura, verso qualcosa che non conosce e verso, soprattutto, il timore di affrontarla. La paura io non la so spiegare.
Non so spiegare cosa accada da far si che nel volgere di pochi minuti un qualsiasi dettaglio, benché minimo e irrisorio ai più, mi metta addosso tutta questa paura. Paura di esistere, di fare quel passetto in più dove non sei più protetto da una qualche stabilità che ti sei costruito, ma devi rischiare anche di cadere. Allora sto fermo, non rischio, guardo gli altri, gli invidio la capacità di fare, di rischiare, di vivere. Perché a me questa parola "vivere" è una di quelle che mi mette paura.
E quando mi accorgo di tutto questo, arriva lui, l'odio, l'odio verso ciò che sono, l'odio verso ciò che faccio.
Non siamo macchine né giuste né sbagliate. Non siamo neppure macchine. In fondo non ci rompiamo mai e tutto sommato non ci sono pezzi di ricambio per farci andare avanti.
Allora che si fa?
Forse ci si dovrebbe accontentare di avere un'anima tra le tante che come tante cerca solo di essere ciò che è, nonostante tutta la nostra fatica per impedirglielo.

domenica 13 gennaio 2013

Spazi in rovina


Quando avevo dodici anni sembrava un fatto lontano immaginare che io potessi un giorno essere mio padre, averne le fattezze, il peso, la barba, la voce e la determinatezza.

Quando avevo dodici anni la cucina era il posto dove la voce di mia madre aveva quella risolutezza che non ammetteva repliche e che ti seguiva come un eco intanto che veloce fuggivi verso altre stanze.

Quando avevo dodici anni pensavo che a quaranta non sarei mai arrivato e quaranta mi sembrava un numero lontanissimo e impossibile.

Quando avevo dodici anni il pensiero era solo un lampo proiettato sull’immediato e i gesti, gesti compiuti nell’immediato e le parole, parole che scoprivo per la prima volta.

Ora che guardo queste stanze e ho superato i quaranta e sono ancora qui, vedo che dalle macerie di un tempo trascorso in fretta, sono comparsi dei bagliori che spesso mi ostino a chiamare luci ma che luci non sono ma che credo abbiano a che fare con la certezza che nulla il tempo rovina ma solo gli cambia aspetto, lasciando immutata la sua forza.

Spazi ristretti


Io, io, io; adesso lo so, mi basto.

Io, io, io; ciò che si vede là fuori è tanto nitido che sembra di starci in mezzo.

Io, io, io; so tutte le parole del calendario a memoria e i giorni non hanno segreti per me.

Io, io, io; se muovo leggermente un braccio posso anche provare a grattarmi la schiena, ma non mi prude, per cui non serve.

Io, io, io; il mondo si può cambiare, io posso.

Io, io, io; se respiro lentamente il cuore rallenta, il sangue fluisce lento, l’ossigeno s’espande, la testa funziona.

Io, io, io; trovassi almeno la luce.

Io, io, io; forse un giorno scenderò le scale.

sabato 5 gennaio 2013

I gesti

Lui ha paura e si vede, ha la testa irrigidita e lo sguardo abbandonato a sinistra che guarda tra il pavimento e le gambe del tavolo, lei si è alzata con pochi movimenti, ha allungato la mano affusolata sopra il suo avambraccio destro depositato sul tavolo e si è allontanata, aggiustandosi la cinghia della tracolla sulla spalla sinistra. Non si è voltata, ha chiuso la giacca militare fino al collo, ha aperto la porta, richiusa dietro sé senza voltarsi ed è scomparsa.
Il suo braccio sinistro penzola dalla spalla fino alle gambe della sedia su cui è seduto, appena staccato e obliquo dal bordo del tavolo. Gli occhi sempre fissi. Lo sguardo opaco.
Ha lasciato la giacca abbottonata e la cravatta forma come un onda sotto il suo mento, la camicia stringe il colletto al collo, segnandolo.
Che strano conubbio di diversità e di gesti è a volte la vita.