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lunedì 1 giugno 2015

Dopo le 19

 
E' passato un tizio.
Mi ha domandato da quanto tempo sono in questo locale, la mia Osteria.
Non ricordo, gli ho detto, un po' comunque.
Mi ha detto che vorrebbe organizzare un incontro con delle persone, presentare un libro o un disco o non so bene cosa; dice che è un luogo che si presta.
Per me va bene, gli ho detto, purché alle 19 siate tutti fuori perché chiudo, a quell'ora chiudo e faccio altro.
Così presto? mi dice. Pensavamo di fare tutta la serata, potrebbe preparare cocktails, aperitivi o ciò che crede, potrebbe incassare un bel po'.
Ma perché?
Perché dovrei incassare un bel po' in più? Mica è tutto soldi e incasso, costa far soldi.
A me piace andare a casa e fare altro dopo le 19; dopo le 19 sono stanco e quella camminata per arrivare a casa è il solo momento, insieme al percorso al contrario del mattino, che veramente mi appartiene.
Tanti pensano che l'appartenenza a qualcuno o qualcosa sia il sale della vita.
Magari hanno ragione, chissà.
Quanto tempo è che non appartengo a qualcosa o qualcuno che non sia quel bancone e quelle figure che si muovono al di là con un bicchiere e la moneta per pagarlo o la strada per arrivarci?
In fondo siamo artefici del nostro destino e facciamo in modo che questo si manifesti anche se non sappiamo riconoscerlo quando ci dà dei segnali perché siamo altrove o stiamo vivendo un destino che non è il nostro anche se lo crediamo tale.
Ammiro molto chi sa riconoscerlo e lo lascia vivere, il proprio destino.
Ci va coraggio, bisogna non avere paura e lasciarsi portare.
Portare, lasciarsi portare, metterci la faccia, metterci impegno.
Alle 19 chiudo e mi faccio portare lungo quel marciapiede verso quel qualcosa che chiamo casa e che forse è solo mura e aria che penso casa.
Alle 19, io chiudo mentre il tizio vorrebbe andare oltre.
Qual è il destino corretto?