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domenica 23 dicembre 2012

Quelle parole e il libro

I passi sul pavimento in legno, la poltrona che leggermente cigola appena ti ci siedi, la schiena che d'improvviso cerca di adattare i muscoli alla nuova situazione e i muscoli che hanno come una decontrazione, si allungano, e si fanno sentire fin dentro al collo e la nuca ha un sussulto quasi volesse abbandonarsi al centro delle spalle.
Con una pressione della schiena sullo schienale questo si abbassa quasi parallelamente al pavimento e le gambe possono allungarsi anch'esse. Il libro è poggiato a terra, sul legno del pavimento, alla sinistra, e con un'altro, forse ultimo, piccolo sforzo di torsione, lo riesci a prendere con la punta delle dita della mano sinistra senza neppure guardare, solo con il tatto. Con la destra afferri la coperta di lana intrecciata appoggiata al bracciolo, ricordo e dono di una nonna e di un lavoro paziente di creazione da vecchie lane dismesse in famiglia. Come se dentro a quella nuova forma, nata da forme differenti, ci si potesse fare abbracciare da un lungo elenco di storie, di altra gente che memorizzi come parenti ma che erano semplicemente altre vite in altre epoche con probabilmente gli stessi pensieri e sogni e paure. La stendi su di te usando l'intera mano destra e spazi, limitati dal libro, della sinistra. Non dev'essere perfetta a coprirti, dev'esserci. E c'è.
Ci sei anche tu, c'è il libro con quel titolo e quell'autore. C'è il pavimento di legno le pareti dipinte di giallo, un trompe l'oil di una finestra con un paesaggio di pini che sembra andare oltre ai tuoi occhi e la realtà, c'è l'odore della stanza che ha dentro anche il tuo odore, c'è la stufa accesa, c'è la finestra, quella vera, alla tua destra, che hai chiuso con le persiane da poco perchè oltre a quei vetri, adesso, è solo buio, è notte, e tu, della notte, ricordi solo il buio. C'è la lampada accesa con la luce che basta per vedere e leggere.
Ora apri quel libro, senti il ruvido della carta, leggi la premessa, la dedica, leggi in quante copie è stato stampato e poi vai in fondo a vedere i ringraziamenti.
Ritorni alla copertina, sfogli due pagine e il primo capitolo è pronto con quelle parole che sono li, sono state lì, saranno lì e qualcuno ha pensato a quelle parole, proprio quelle, quelle che danno il via alla storia e non possono essere che quelle parole lì.
Le fissi, le leggi, cominci.

Buon tutto.
 
Illustrazione originale di Cinzia Ratto

martedì 18 dicembre 2012

Gratis

Gratis.
E già sentirlo nominare non mi piace.
Un conto è avere qualcosa in regalo, sai mi va di farti un regalo e tu sei contento perchè qualcuno ha pensato a te e magari ha pure indovinato qualcosa che ti piace.
Gratis.
Gratis vuol dire che non c'è prezzo, come se non esistesse o cadesse dal cielo. Cioè non sei stato da qualche parte, speso anche pochissimo, e preso qualcosa, qualcosa che sa di riconoscimento per chi te lo vende, per il suo lavoro, il suo impegno.
Gratis.
Gratis può essere un sorriso ma bisogna meritarselo. Un gesto generoso ma bisogna essere ricchi di cuore.
Gratis invece sembra essere diventato uno sport alla moda in questi tempi.
Vuoi lavorare per noi, non paghiamo però, sai, però per te può essere un bel modo di metterti in vista.
No, sai, la politica del nostro giornale non prevede compensi a chi collabora e tutti fanno così.
Vuoi andare a suonare in un locale? Vuoi esprimere un po' della tua arte? Vuoi appendere i tuoi quadri in giro? Gratis, che cacchio, ma ti pare con i tempi che corrono, con i costi che dobbiamo sobbarcarci...tu portami gente nel locale e poi vediamo, portami pubblicità, portami soldi e ti darò qualcosa.
Gratis.
Gratis e sii felice che almeno qualcosa fai, in fondo sei laureato, hai ventotto anni , insomma, dai!
Gratis è il prezzo del disastro.

mercoledì 12 dicembre 2012

L'oste torna

L'oste ritorna. Un po' di silenzio, un po' di sguardo sul mondo e un bel po' di parole lasciate a maturare.
Le parole non si devono sprecare e di parole ce n'è per tutti.
Le parole lasciano il segno e se non raccontano qualcosa di vago o inventato, possono anche fare la differenza tra impegnare del tempo per qualcosa che possa far crescere o rimanere nel mucchio a bocca aperta aspettando il colpo di scena che ci tranquillizza.
Comunque, sento in giro e qui tra i tavoli del locale, che c'è molta gente che non ce la fa più a tenere la testa bassa, a strisciare, a fare finta che tutto vada per il meglio. La chiamano crisi e secondo me non è ancora arrivata per davvero.
Certo che adesso è difficile avere tutto così facilmente come poco tempo fa.
E sento dire che i soldi non bastano più, che il lavoro non c'è più e che i pochi lavori che vengono offerti sono spesso dei prendere o lasciare di feudataria memoria.
Beh, non so.
Qui tiro avanti con poco e me lo faccio bastare.
Ma quanto si fanno bastare le cose? E poi, cosa serve davvero.
Sento dire " Ma io che ci faccio in un mondo di merda come questo?" E penso, ma sarà mica che qualcuno sa di sapere per davvero qualcosa che gli altri non sanno?
Ora che c'è un po' di difficoltà, mi sembra di essere ritornato a quando ero un bambino dove ciascuno abitava un suo habitat sociale: i poveri, i ricchi, i nobili, i ladri. Ciascuno nel suo e nessuno che s'immaginava neppure di passare da un habitat all'altro.
Sento dire in giro, quasi come un fatto ovvio, che se un povero trova due soldi, si compra subito la Ferrari.
Ma allora sta lì il trucco? Mettere soldi in tasca a chi non ne ha e dirgli " Consuma consuma consuma"
Che poi a me i termini come Consuma, Spendi, Butta via, Indebitati, a me quei termini mi hanno sempre fatto stare male, perchè, secondo me, non sono sinonimo di positività ma di dissipatezza.
Ma forse mi sbaglio, dal momento che la prima notizia al telegiornale, è sull'andamento delle piazze finanziarie.
Mah.

mercoledì 28 novembre 2012

Incipit di un nuovo lavoro


La signora del piano di sopra ha ottantaquattro anni e quando suona il pianoforte, in genere tra le quindici e le diciassette, ma a volte anche la notte quando probabilmente non riesce a dormire, quando suona il pianoforte sembra non ne abbia più di ventiquattro. Il gatto quando mi guarda in quel modo lì, non sembra il mio gatto, che poi, mio, vabbè, quello con il pelo che vive con me, non sembra un gatto ma uno con uno sguardo così che ti fa sentire piccolo e inutile. La mia amica che mi scrive una serie di insulti perché secondo lei sono un codardo e non prendo nessuna decisione nella mia vita, probabilmente ha ragione. E probabilmente non l’ascolterò.

Le cose che non ascolto sono tante, vanno dalle cose più semplici, come Mettiti una maglia per uscire a fumare che prendi un accidente, sino Senta Paolo, questo è un lavoro serio che va preso con la responsabilità del caso.
Non ci vado dallo psicoterapeuta sennò, ne sono praticamente certo, appena esco da lì, come minimo vado a casa dei mei genitori e dico di tutto a mia mamma e lei non capirebbe e mio padre si spazientirebbe dopo cinquanta minuti che andiamo avanti a gridarci dietro ogni cosa, che poi lo so alla fine litighiamo perché io dico che Genova è una città dove non si può fare niente e lei che mi risponde che non capisco un accidente che lei lo sa, che sempre a guardare fuori casa proprio non  è  così bello e che poi a Genova c’è tutto e io a dirle che come fa a saperlo che non esce di casa da dieci anni. E allora mio padre si spazientisce e va a sedersi fuori sul terrazzo, con il giornale aperto, cristonando che ha il cuore debole e che così prima o poi lo ammazziamo.  Non c’è niente da fare.

lunedì 10 settembre 2012

Esperimenti

LEI: Ho trovato un modo migliore per dirtelo
LUI: dirmi cosa?
LEI: come, ancora non lo hai capito?
LUI: no, non credo. Cosa dovrei capire?

Lei prese la sua borsa, s'avvicinò al tipo dalla camicia a righe seduto sul lato opposto del bancone, e lo fissò.
IL tizio restò un secondo interdetto, guardò l'altra gente seduta al banco, lei che sorrideva e il bicchiere di Coca nella mano destra.
C'era senz'altro qualcosa che non tornava.
Lei continuò a sorridere e LUI, allora, si avvicinò alla cassa per pagare il debito che aveva da otto mesi con il locale.
Il tizio dalla camicia a righe sorseggiò la sua coca quando lei, all'improvviso, gli spostò il bicchiere dalla bocca e lo baciò.
Fu allora, che senza capire, lui prese il resto, si mise il cappotto e uscì.
Il tizio intanto, rovesciava parte della coca sul bancone, lei lo salutava con un "scusi, buonasera" e l'altra gente lungo il banco riprendeva a parlare.
Il neon in fondo alla sala prese a lampeggiare e poi con un botto si disintegrò in mille pezzi. Un pezzo colpì il tizio dalla camicia a righe che per un attimo non s'accorse del sangue lungo il collo.
Lei uscì dal locale. Il tizio con la camicia a righe si tamponò la ferita sul collo e inveii contro di me. Un uomo sulla sessantina, amico mio,gli suggerì di calmarsi. Un ragazzo con le scarpe da ginnastica si voltò infastidito.
La sera cominciava a scendere insieme con il buio nella strada.
Un cane abbaiò.

giovedì 23 agosto 2012

Il menù disatteso

Metti una strana cena. Anzi qualcuno che cena e tu che ti siedi a fianco aspettando finiscano.
Metti che non sai cosa dire, che sei pure in imbarazzo e che questi fanno finta di non vederti.
Metti che quando meno te lo aspetti, un commensale giudichi il tuo modo di vestire.
Non ti aspettavi quel genere di giudizio; eri andato là per parlare di cinema.
Che c'entra il mio abito? ti domandi ritardando la prima reazione. Una rapida reazione a una domanda fuorviante spiazza l'avversario, lo obbliga a pensare meglio a ciò che ha detto; e tu hai spazio per pensare ad altro, per essere altro.
Ma se ritardi la risposta autorizzi l'altro a credere che era quella la domanda che ti avrebbe fatto vacillare.
Ecco.
Metti che resti così, senza parole, cercando di capire il perchè della domanda sull'abito e improvvisamente si apre la porta di casa e una persona che credevi quella cui non frega niente dell'abbigliamento, entra dice che l'abito fa il monaco.
La delusione nasce così, quando i criteri su cui basi le tue convinzioni, si ribaltano improvvisamente facendoti dubitare delle tue stesse opinioni.
La delusione, però, a volte facilita la comprensione di quei lati oscuri da cui, quasi sempre, rifuggiamo, fingendo di conoscerne l'essenza.
La delusione è come una cena cui sei invitato ignorando il menù.

martedì 21 agosto 2012

Osteria del tempo sospeso.: Assalto alla baionetta

Osteria del tempo sospeso.: Assalto alla baionetta: Ditemi la verità. Chi è senz'altro al di sopra di ogni colpa? No...tranquilli...nessuna velleità gesucristica. Solo che stando qui ascolto...

sabato 18 agosto 2012

Osteria del tempo sospeso.: L'artista e la normalità

Osteria del tempo sospeso.: L'artista e la normalità: L' arte è un gesto inconsapevole che si fa sostanza. Noi genere umano, sostanza che diffetta di consapevolezza. Più osservo, interagisco, ...

venerdì 17 agosto 2012

L'artista e la normalità

L'arte è un gesto inconsapevole che si fa sostanza. Noi genere umano, sostanza che diffetta di consapevolezza.
Più osservo, interagisco, ragiono con personaggi che l'arte hanno come compagna di viaggio e più comprendo la distanza che passa tra loro e gli altri. Non si tratta di classificazioni o, peggio, discriminazioni ma di pura constatazione.
Chi un po' d'arte ha nel sangue, riesce a godere di cose al limite, così tanto eteree e vacue, da poter apparire come masochismo. L'arte che intendo io è esente da tutto, denaro e potere in testa; viaggia su binari periferici da apparire quasi morti. E' uno stato dell'anima di chi ne è colpito.
Non soprendetevi di trovare uno di loro magari in cima a un monte, la notte, a cantare e suonare le sue canzoni alle stelle, scoprendosi infinitesimamente piccolo.
Non sorprendetevi a vederlo ai margini di un sistema sociale definito, immerso in un silenzio assurdo o in chiassose esternazioni.
Per chi come me vive di servizio, come una carta carbone, tutto risulta bizzarro. La normalità, a ben vedere cos'è?
Essere foglio, carta carbone o copia? E perchè non penna, tavolo. O il pensiero che ci fa scrivere. O il gesto di uscire per comprare i fogli; i soldi che li pagano.
La normalità per molti è il bisogno di sapere che non ci saranno sorprese; per un artista la sorpresa è il senso di una normalità che in fondo snobba.
Comunque la si metta, credo che al centro si muovano istinti e irrazionalità che ci riguardano, nostro malgrado, nonostante tutto.
Fare un buon caffè è arte?

lunedì 13 agosto 2012

Un oste rivoluzionario

Una volta mi dissero che ero fortunato perchè senza pensieri. Risposi che la fortuna non è la mancanza di pensieri ma pensare ciò che ci va di pensare.
Non avere pensieri di ordine pratico, come preoccuparsi di mangiare o respirare, non è lo strumento per liberare la mente. Poter scegliere di pensare a ciò che si vuole è anche andare controtempo, essere noiosi, a volte ingombranti, molto spesso tenuti sotto osservazione.
Pensare liberamente e in autonomia non è più un atto di disciplina o di scelta di parte ma una vera e propria rivoluzione.
Oggi poter pensare liberamente e controtempo significa condannarsi all'isolamento; tutto e troppo si è omologato nel corso dei decenni e tutto e troppo è soggetto al ricatto di sovrastrutture che ci siamo cercate e che adesso non sappiamo come eliminare: i mutui, le cene frequenti fuori, gli abiti firmati, i viaggi, le carte di credito, i telefonini, la disponibilità a tutto sempre e subito, il consumismo in genere.
Ecco perchè, con tutta questa sovrastruttura, serve avere dei pensieri orientati: disturbano meno il conduttore
Invidio chi nel poco sa trovare la ragione di tutto e il tutto è il poco che gli basta.
Sono un piccolo vecchio rivoluzionario, utopistico, anacronistico e dispettoso.
Per questo, scrivo.

giovedì 9 agosto 2012

Fuori dalla porta

Hai visto là fuori?
Cosa, Attilio?
Un po' alla volta ci arriveranno anche qui e non ci potremo fare niente.
La gente?
No...cioè...anche...dico le abitudini a far sembrare tutto a posto o tutto fatto in un altro modo.
Già...ma è da sempre così. Non farci caso.
E come faccio a non farci caso? Mica penserai che esco da qui come se nulla fosse! Là nessuno me lo permetterebbe.
Permetterebbe...cosa?
Di pensare come mi pare! Chiaro no? Credi che fuori di qua si possa dire e fare quel che si crede?Bell'illuso che sei! Si vede che non sei mai uscito troppo da dietro il tuo banco.
La sera vado a casa...
Appunto...mica ti fermi o ti metti a fare dell'altro, no?
Vabbè...che c'entra...ho un lavoro così. Mi piacerebbe andarmene in giro. L'ho anche fatto per un po'.
E poi hai smesso. Perchè?
Perchè...chi se lo ricorda...soldi? Noia? Non ricordo.
Lo vedi? Ci sei finito dentro pure tu! Solo che ti nascondi e fai finta di niente e da li dietro ti sembra tutto possibile. Non è così, caro mio.
E allora...che si fa?
Non lo so.
Neppure io.
Siamo a posto.
Una guerra?
Da soli?
Magari altri si alleano.
E come l'informi?
Esco e grido!
Ah ah! E chi ti sente? Ti prendono per matto e ti rinchiudono.
Scrivo. Metto cartelli in giro " La vita c'è!" Qualcuno s'interessa e mi cerca.
Quanti secondo te?
Non so...magari tanti.
O nessuno. Sei davvero certo che sapere dell'esistenza di una vita senza questi confini, interessi qualcuno?
Dici che spaventa?
Tu che ne dici?

domenica 5 agosto 2012

Che faccia!

Oplà, si cambia faccia!
Per molta gente è un'attività redditizia come per altri lo è l'imbroglio, la calunnia, l'opportunismo, la furbizia.
Sarà che da qui, dietro questo banco un po' sgualcito, vedo tanta realtà passare e andare, da potermi permettere anche delle valutazioni. Sarà che qualcuno pensa sia facile fare così, con mezza parte di me nascosta dietro un ripiano.
Sarà. Non lo so e non giudico:non mi riesce naturale.
Vedo, però, che ineluttabilmente, tanti hanno una ragione da spendere, una forza da mostrare o una debolezza per reclamare qualcosa. In tutti i casi ciascuna di essa comporta una qualche reazione o azione deliberata a legittimarne il senso.
Noto che lo strumento maggiormente utilizzato, è la propria faccia.
Incuranti, la modellano alle necessità, la mettono anche in luoghi altrui sconvenienti, qualcuno addirittura la scambierebbe con quella di un altro.
E devo riconoscere che è una moneta ad alto rendimento, in determinate situazioni.
L'importante è averne cura nella misura in cui la cura stessa è la dinamica che la trasforma.
Se devo dirla tutta, per quanto mi riguarda e per certa gente, i soli gesti che mi interessano sono la voce che ordina e la mano che paga.
Ma che non stringo.

lunedì 30 luglio 2012

La distanza

A volte, o qualche volta o spesso. Ma non è importante.
Se capita, però, guardare la propria esistenza da lontano può fare paura o far mettere altre distanze.
I nostri piedi calpestano dove la testa invia loro l'impulso di farlo; e molto spesso calpestano suoli o realtà di cui spesso neppure conoscono la reale essenza.
Si va un po' di qua e un po' di là, ci si sposta, qualcuno prova a non camminare e allora è il resto dell'umanità che ti costringe verso direzioni che non conosci.
 Ci sono calpestatori professionisti.
Sanno perfettamente cosa calpestare e lo fanno senza il minimo dubbio e con la determinazione che solo uno che sa il fatto suo può avere.
La terra è li ai piedi di tutti ma non tutti la comprendiamo per davvero e ci limitiamo a considerarla esclusivamente un fatto acquisito su cui posare i nostri pesi.
Così la nostra esistenza si sviluppa, calpestìo dopo capestìo.
Per questo, ogni tanto, sollevare i piedi dal suolo e tutto il corpo insieme a loro, consente visioni altrimenti impossibili e una tregua al calpestìo il cui effetto benefico scatena nuove reazioni.
E' solo in quel momento che si può guardare la propria vita da una nuova distanza.
La distanza non è l'allontanamento da un punto ma la visione di quel punto da un altra prospettiva.

venerdì 27 luglio 2012

Esserci per forza

Ora, tu mi spieghi quella gente lì?
Quale gente, Mario.
Ora, tu riesci a vedere le cose che fanno e quelle che dicono?
Dipende...
Ora, metti che uno c'ha la macchina, sai una di quelle lunghe, eh?, una roba lì così..
Un'auto ...grande?
Ora, uno esce e pensa " Oh...c'ho una roba così grande in mezzo alla strada". E allora si mette lì, a fianco e non ci entra dentro, ci gira intorno, finchè non arriva uno e gli fa " Oh, grande 'sta macchina qua, eh?" E allora lui apre la portiera e parte.
Ah...forse ho capito.
Ora, metti che uno esce di casa e fa una roba che è sbagliata.
Eh si...succede.
Ora, uno che fa? Oh, scusa! Ho sbagliato!
Beh...si...almeno...si dovrebbe.
Ora, metti che invece fa la cosa sbagliata e poi ne fa ancora un altra ma non dice niente e quando uno gli fa " Oh! ma 'sta roba è sbagliata!" lui dice" Ma guarda è stato quello là che non mi ha detto che era così allora ho dovuto fare cosà ma sai io facevo già un'altra roba io poi lo conosco quello lì è uno che lo fa di proposito pensa che una volta mi ha pure pisciato su una gamba."
Mario...con chi ce l'hai oggi?
Ora, se esco di qua e mi cade un cornicione sulla testa, cosa devo dire? Ce l'ho con quelli che devono sempre esserti sopra o davanti o dietro, quando serve. Quelli che devono esserci per forza.
Mario...il caffè è offerto.


lunedì 23 luglio 2012

Sarà il vento

Come nulla fosse lascio cadere un cucchiaio e dopo poco lo raccolgo.
Lui scivola verso l'uscita ma poi ritorna sui suoi passi, lo sguardo indeciso se guardare altrove o fissare me, vera ragione di quel tentennare.
Sollevo un bicchiere, sono di spalle e, nel riflesso opaco di troppe lavastoviglie, deformo la realtà che si agita dietro di me.
Lui cerca l'approvazione, nel cercare nella pagina della cronaca cittadina, la notizia di quello strano fatto.
La realtà può essere anche stravolta e non solo per come la si guarda ma per come la si auspica. Io mi credo al sicuro passando da un bicchiere all'altro, ignorando, o fingendo d'ignorare, ciò che intorno accade. Lui si crede al centro di tutto mentre solo io lo osservo.
Il giornale è aperto sul tavolo, la notizia evidente. Ha un sussulto di piacevole approvazione e con il dito medio poggiato sul titolo, stabilisce un contatto con l'aria intorno.
Ripongo i bicchieri sui pianali e mi volto.
Lui adesso sa che lo guardo ed è in quel momento che il dito medio preme sulla notizia e con una torsione manda all'aria la pagina intera e le altre ad essa collegate, che si sparpagliano sul tavolo e su una sedia.
Lo so che l'hai fatto tu.
Ne sono fiero, dice lo sguardo, intanto che circoscrive con un semicerchio lo spazio tra me e l'uscita.
La realtà sa essere briciole e tovaglia.
La realtà dice che sto uscendo mentre ancora qualcuno appena avverte il fruscio del giornale sul pavimento.
Sarà il vento!

venerdì 20 luglio 2012

Senza titolo

Chi sei? mi disse entrando
Io lavoro qui, risposi
Perchè?, fece lui.
Francamente non lo so, dev'essere stato tanto tempo fa.
Anche per me non è semplice, giro in continuazione.
Potresti provare a fermarti ogni tanto. Ci sono posti accoglienti.
E tu? Potresti smettere tu?
No, credo di no. Hai ragione. Quindi che si fa?
Io passo di corsa prendo qualcosa e scappo via.
Io potrei restare a servirti una grappa e guardarti fuggire.
Quindi tutto normale.
Tutto normale, ciascuno è ciò che si è scelto.
O trovato.
Nulla si trova che resti a lungo. In genere si cerca e si trova.
Dici che non posso fare a meno di correre?
Dico che è così.
Allora me la dai la grappa?
Certo.
E' buona.
Anche la tua vita.
Devo smettere di bere.
Non puoi.
Lo so.
Chiudi la porta quando esci. Non posso guardarti andare.
Proverò a non girarmi.
Ciao .
Ciao.

martedì 17 luglio 2012

L'attesa

Cosa fa la la differenza tra un pensiero che corre e uno che si realizza? L'attesa.
Attendere è probabilmente una delle principali virtù che manda in frantumi le nostre certezze.
Molto spesso l'attesa è impazienza, altre tensione emotiva,  altre ancora l'attesa è un ostacolo insopportabile.
Aspettiamo l'autobus con queste sensazioni in testa. Un caffè del cliente frettoloso.
Aspettiamo il giorno dopo e la realizzazione dei nostri sogni, l'inizio di un concerto o il fischio finale di uno 0-1 a nostro favore, inatteso.
Aspettiamo i figli crescano per poi maledire la vecchiaia.
Ma dentro l'attesa, c'è tutta la nostra vita.
E allora mi viene da pensare che se tutta l'infrastruttura dell'attesa non ci fosse, forse non avremmo neppure motivo e ragione di dolerci di ogni male in ogni momento.
Potremmo respirare lasciando fare al caso e al tempo come se entrambi non esistessero e noi solamente meccanismi in movimento disincantato.
Mario apparirà, prima o poi.
La pace non si arma, si condivide.

sabato 14 luglio 2012

Inutile

Inutile.
Se il genere umano si guardasse allo specchio, vedrebbe sempre la stessa faccia da sempre.
Facce differenti con sensazioni ed emozioni che restano sempre le stesse, con le stesse dinamiche e gli stessi sviluppi.
 E non serve l'esperienza, la lettura, la cultura...inutile, comunque ciascuno compirà i suoi passi con i suoi inciampi e con gli stessi errori.
Errore che si declina sulle caratteristiche di ciascuno, caratteristiche che sono sempre le stesse caratteristiche, ripetute all'infinito con vestiti e modalità differenti, ma sempre la stessa cosa.
C'è quello che sa ridere e vivere al tempo giusto e quello che non smetterà mai di sentirsi un inutile fesso. E quello che sa costruire e chi non sa che pesci prendere.
Ma è sempre stato così e sempre sarà.
E' curioso pensare come noi, esseri umani, che costruiamo case e opere d'arte non sopravviviamo a loro che nel tempo restano li, annusano altri passanti, vedono mutare i paesaggi e ci ricordano la nostra provvisorietà.
Per questo la vita è una buffa schizofrenia, almeno per me; perchè per quanto la giri si ripropone sempre nella stessa posizione. Come una sfera con la neve artificiale. Scuoti, ohh, ti emozioni e poi torna tutto sul fondo, finchè non scuoti di nuovo.
Vivere fa male, fa bene e fa il contrario di tutto.
Vivere per me è una fatica immane e per altri un normale svolgersi delle cose.
Forse della vita ci si dovrebbe non curare.
Prendere l'aria che tira e lasciarsi portare.
Forse.

venerdì 13 luglio 2012

Vademecum

La sera chiudo presto.
La sera me la tengo per me e la notte la lascio al sonno, il mio.
La mattina apro presto.
Ho bisogno dell'aria fresca, dei pensieri di prima mano e dei volti che cercano il giorno.
Il tempo lo scandisco lento.
Mi serve sentirlo, annusarlo con calma e sapere che il tempo successivo sarà già un prossimo ricordo.
I ricordi mi servono.
I pensieri mi fanno compagnia.
Le parole sono monete da spendere.
Scrivere e sognare sono tutto il resto.

mercoledì 11 luglio 2012

...fossimo capaci di ascoltare

Mettiamo il caso che tutti, improvvisamente, fossimo capaci di ascoltare per davvero.
Ci sarebbero persone ferme in ogni angolo della strada pacatamente con le orecchie tese e i sensi ben disposti. Forse molti non potrebbero neppure uscire di casa per non interrompere il flusso dell'ascolto e ci sarebbero orari sfalsati sui posti di lavoro per poterne favorire la pratica.
Addirittura, nei posti di lavoro, le decisioni sarebbero prese lentamente e nessuno se ne assumerebbe la paternità al punto che non sarebbe necessario neppure stabilire delle gerarchie in quanto collettivamente si giungerebbe a definire i migliori percorsi da intraprendere. Non ci sarebbero neppure delle ore dedicate al lavoro perchè in realtà il reciproco ascolto non potrebbe essere regolato da tempi ma da necessità. Anzi, il lavoro stesso non sarebbe contemplato.
Forse non servirebbero le radio, le televisioni né men che mai le notizie di cronaca, soprattutto quella nera. Figuriamoci poi le guerre! Non avrebbero motivo di esistere perchè i conflitti sarebbero risolti ancor prima di cominciare. Probabilmente i libri si, quelli continuerebbero a esistere; e anche l'arte, la musica, la poesia.
Le tasse non ci sarebbero, non si sprecherebbero energia e tempo per consumi inutili; i magnati, i ricchi e i faccendieri finirebbero di popolare perchè ascolto e dialogo impedirebbero a chiunque di sovrastare altri, prendersi gioco degli altri, abusare del potere sugli altri, perchè il potere non esisterebbe.
Mettiamo il caso che tutto, improvvisamente, fosse così. Saremmo veramente certi, così colti all'improvviso, di sopportare tutto quel silenzio?

lunedì 9 luglio 2012

Verso casa

Ho chiuso il locale per qualche giorno.
 Fa caldo e poi Mario a Luglio non c'è; sembra vada da qualche parte con la famiglia, ogni anno lo stesso posto da quasi quarant'anni.
Come dico sempre, Mario è un buon motivo per tenere aperto; e poi fa molto caldo e c'è un po' meno gente in giro ma soprattutto ho voglia pure io di restare a guardare in giro.
No. Non vado da nessuna parte anche perchè non ne vedo il motivo. Qui c'è di tutto per stare bene e poi, in particolare, è quel momento di vita dell'anno dove adoro stare a casa dietro le persiane chiuse a immaginare fuori. Mi piace farmi accompagnare il pomeriggio dal concerto mai domo delle cicale che sembra siano li per me. Ogni tanto filtra anche dell'aria dalle persiane e in quel momento la canicola si fonde con le particelle di ossigeno creando piccoli vortici da una stanza all'altra.
Leggo o sonnecchio sulla mia poltrona, che dopo un po' diventa un insopportabile scaldino naturale, perfetto accessorio del periodo.
Il mare lo vedo da lontano.
Durante il giorno troppa gente e troppo caldo me lo fanno diventare oggetto indesiderato. Non verso sera, le 19 circa, a quell'ora sembra di andare in campo di battaglia dopo l'assalto. L'acqua e ancora molto calda, i sassi provati dal calpestio giornaliero; persino i gabbiani volano alti e lenti e i negozi cominciano a ritrovare pace e ritmi lenti, quando non sono chiusi del tutto.
A quell'ora nuoto fino al largo e osservo la cappa d'aria calda che sovrasta le case del borgo oltrechè gli anziani come me sgattaiolare fuori dai portoni e scivolare in strade prima assolate. Da laggiù, nel mio galleggìo, ogni cosa s'alleggerisce, al pari del mio corpo nell'acqua; i pensieri sono in sintonia con il movimento del mare e piano piano che si rimane in ammollo, il fresco entra nella pelle e il sole s'allontana a Ovest.
Poi rimane il primo buio sulla battigia, pochi bimbi in vacanza che giocano in quella penombra, giochi che ricorderanno per tutta la vita al pari di quella sensazione.
Allora esco, m'asciugo, m'infilo solo la maglietta e ancora a costume bagnato, ritorno verso casa.

giovedì 5 luglio 2012

Pensiero

Le favole vengono scritte per raccontare una realtà che si vorrebbe credibile e per sperare in un finale positivo e certo.
La vita invece scorre come in un parallelo sottotraccia che tutto ribalta, fino a che un giorno, quando meno te lo aspetti, entra qualcosa che non conosci nel paesaggio che ti sei costruito e lo confonde.
A volte è un gesto altre volte una persona, spesso un pensiero.
Un pensiero cui non davi importanza.
Un pensiero che come un suggeritore lontano, ti sussurra quelle nuove parole nell'orecchio e le fa rimbalzare tra i tuoi neuroni allineati sparpagliandoli come birilli di un boowling.
I pensieri sono la pietrina del tuo accendino e la fiamma, finche dura la benzina, i passi della tua strada.
Io so cosa mi fa paura ma non so mai quando questa paura si manifesta. E' il pensiero di questa paura che mi spaventa e rende immobile.
Un pensiero nuovo a volte è come uno spazzino dopo una festa,  sei stato bottiglia e coriandolo.
Quando arriva, un pensiero, lo accolgo come un amico ritrovato.

venerdì 29 giugno 2012

Un quarto di...

Mario, che cos'è vivere per te?
Un quarto di respiro, un quarto di pazienza, un quarto di decenza, un quarto di barbera.

Secondo Mario, con il quarto di pazienza si sopporta meglio e con decenza il respiro corto che ci accompagna finchè rimaniamo vivi.

La barbera è tutto il resto: amicizia, paura, compagnia,divertimento.

Apro presto la mattina solo per vederlo! Ci sono immagini, figure o persone, che funzionano come il metronomo per i batteristi.
Ieri sera c'è stata festa per le strade.
Non sono andato a casa subito come sempre. Mi sono fermato in piazza e mi sono seduto a prendere un po' di fresco sotto le palme. Quando le cose girano dalla parte dei vincitori, siamo tutti in prima fila, qui da noi!
Non nascondo sia un riflesso che m'infastidisce non poco.
Gente insospettabile, mediamente rinchiusa dietro silenzi imbarazzanti e complici, improvvisamente manifesta appartenenze, oggi calcistiche domani politiche o altro, purchè si tratti vittoria. La sconfitta è considerata smarcamento e critica, ostilità e barricate.

Mi sono seduto al fresco e ho aspettato. Il mare tirava su molta umidità per quanto mitigata da una leggera brezza.

Alla fine le strade si sono riempite come fosse finita la guerra. Allora sono tornato a casa con una domanda in testa: ciò che accadeva intorno a me era un quarto di respiro o un quarto di barbera?

Sempre vita è.

martedì 26 giugno 2012

Genova e i gatti

Qui da me i gatti si trovano bene.
E non solo perchè li sfamo, anche, naturalmente; ma si trovano bene perchè non li giudico.
Il gatto rifugge i giudizi.
Il gatto per sua natura, libera e contorta, sta alla larga dai giudizi di chicchesia e soprattutto alla larga dagli impiccioni, dai vezzeggiatori, da chi si arroga il diritto di pretenderli sempre disponibili.
Il gatto si arrocca sopra un tetto o una pensilina e osserva, con occhi socchiusi, ciò che accade.
Forse i gatti si trovano bene da me perchè probabilmente devo essere stato un gatto una vita o l'altra. Forse non me ne accorgo ma miagolo e gonfio il pelo; cerco le persone e le evito.
Ne parlavo ieri sera con un'amica scrittrice.
Si parlava di scrittura, di cosa vuole dire sentirsi scrittori o esserlo; la differenza tra fare un libro, scrivere un libro o sentirlo, un libro. Di questa inevitabile frenesia che sono le parole articolate.
A ben vedere uno scrittore è come un gatto; si nutre degli incubi altrui, dei gesti altrui, osservando tutto da una posizione privilegiata. E come un gatto decide quando è il momento della carezza o del cibo.
Sarà anche il fatto di essere nati qui, a Genova, luogo bizzarro dell'anima, prima che del corpo; luogo da cui fuggi con l'elastico legato alla vita...e ribalzi indietro, prima o poi; e maggiore è l'estensione dell'elastico e maggiori sono le volte che rimbalzi avanti e indietro. Torni e fuggi e poi torni ancora. Come un gatto, la sera o dopo giorni.
Genova è città di gatti e... di topi: bisogna essere un po' entrambe le cose per comprendere meglio tutto.
Ma non ditelo ai gatti...sono permalosi.

domenica 24 giugno 2012

Sorprendersi


Diciamoci la verità.
Diciamoci una volta per tutte che siamo incapaci di un pensiero altruista di senso compiuto svolto in tempi continui. Diciamoci, sammai non ce lo fossimo già detto, che ogni azione della nostra vita è regolata dal tornaconto e dal risultato necessariamente positivo e di successo.
Diciamoci per davvero che degli altri, in fondo, non ce ne frega un bel niente nel momento in cui il nostro disagio e i nostri problemi diventano insopportabili.
Continuo a rintanarmi nella mia Osteria come un partigiano in un cascinale a guerra finita, temendo il nemico che mi possa scoprire da un momento all'altro e come un ombra sul muro, aspetto che il sole cali per scomparire nel buio.
Mario ieri non è passato e neppure oggi ed è molto strano perchè Mario tutte le mattine entra e fa le stesse cose da venti anni. Mario è la certezza che tutto si ripete e che nulla può andare storto; tranne il fatto di non presentarsi sulla porta per due giorni di fila.
 Qualcosa non va. E sono preoccupato.
Ma se penso ad alta voce, ciò che mi preoccupa di più non è sapere che fine abbia fatto Mario ma che piega prenderà la mia monotona giornata.
Vivere con poche certezze ha il difetto duplice di farti pensare che possano esistere cose certe e che venute meno il nostro orrizzonte possa mutare in modi e maniere indescrivibili.
Diciamoci la verità.
Provassimo a sorprenderci un po' di più ogni momento come fa un cane, un gatto o un neonato, forse, ma dico forse, nulla potrebbe legarci oltre misura alla convinzione di essere immortali e perfetti.
Ah...Mario è arrivato nel pomeriggio.
Ma ha fatto cose diverse.

venerdì 22 giugno 2012

Le parole incrociate

Sono convinto che la comprensione di ciò che accade realmente intorno a noi non sia mai immediata.
Può verificarsi in molte occasioni che l'istinto, qualcosa di primordiale e personale, colga l'esatta dinamica di ciò che accade con perfetto tempismo; altrimenti tutto ci scorre vicino e lentamente ne comprendiamo i reali effetti.
L'istinto, si sa, fa paura e rappresenta quella parte pericolosa della nostra vita senza regole.
Ma l'istinto è natura allo stato puro, è quella quantità di vero che si nasconde in noi e come tutte le cose vere quasi mai rispondenti a cliché codificati.
L'istinto mai e poi mai renderebbe monogami, l'istinto mai e poi mai porgerebbe altre guance e l'istinto per nessuna ragione limiterebbe l'uso della parola più bruciante.
Per dire.
Ci imprigioniamo dentro molti fortini difensivi e questo consente la convivenza tra persone alquanto differenti tra loro e tra percorsi di vita impensabili (istintivamente).
Poi c'è un confine ulteriore tra l'istinto, la faccia tosta e l'arroganza; elementi indispensabili per ottenere vittorie nel breve e consolidarle nel tempo.
Faccia tosta e arroganza si tende a definirle virtù di chi ha grande coscienza di sé e dei suoi mezzi anche se pesso ne abusa pur di raggiungere i propri obiettivi; non porsi troppe domande, non farsi troppi scrupoli nei confronti di chicchesia, avere sempre il cervello teso alla risposta giusta, facilita quei percorsi denominati carriera che consentono ad alcuni di emergere da altri e di ricoprire ruoli anche strategici all'interno di una comunità; questi emersi, poi determineranno nuovi percorsi e nuove situazioni, tali per cui continueremo a domandarci se ciò che ci passa di fronte in quell'istante sia da comprendere, sia comprensibile o ne conosceremo gli effetti più avanti.
Ecco...grosso modo pensavo a questo leggendo di mercati, borse, banche, finanza.
Passerò alle parole incrociate.

mercoledì 20 giugno 2012

Il buffet


A volte capita, che mi richiedano l'uso del locale per feste o celebrazioni private.
In genere sono restio, perchè sono geloso e pigro verso ciò che amo. Anzi, l'idea di avere intorno troppa gente che non sceglie di venire ma si obbliga a passare, mi da un po' fastidio. Molti in queste situazioni sentono il diritto di accasamento naturale che proprio non mi riguarda.
Tant'è, però, ogni tanto cedo e affitto il locale, con la clausola tassativa della mia presenza al solito posto, dietro il banco. E osservo.
Mi piace osservare. Osservare è l'arte più antica che nobilita e giustifica tutte le altre arti. Saper osservare è guardare il mondo da un'altra posizione e collocare se stessi in spazi e luoghi altrimenti impossibili.
Durante questi pochi avvenimenti, i più si muovono con studiata meccanicità, qualcuno completamente a proprio agio altri come in attesa di una qualche scarica elettrica che li possa mutare in altro. Molti sono infastiditi, qualcuno cela, sotto sguardi impauriti, espressioni forzose di approvazione; ma la sensazione principale è quella di un rito che si deve compiere con cadenze e meccanicità programmate.
L'assalto al buffet, per esempio e il buffet stesso sono il rito per eccellenza, come lo stringere mani e tentare approcci al più noto del gruppo, il più noto che necessità dell'attenzione per poi potersene allontanare come una divinità imperscrutabile. E poi ammiccamenti di ogni genere e abiti mai troppo a caso e parole complici dietro sguardi obliqui che nascondono quel sentimento di reattività immediata a qualsiasi attacco o opportunità.
Sono chiacchere e sorrisi, sono gesti misurati, sono persone che si muovono in tondo, e poi in orrizzontale e poi in su e poi in giù. Sono vite che si sfiorano che si lasciano messaggi di continuità che andranno perduti appena fuori svoltato l'angolo.
A volte mi capita di sorridere e altre di pensare. A volte vorrei essere invisibile a volte in cima alle teste di tutti.
In tutti i casi, a una certa ora, chiudo e vado a dormire.

sabato 16 giugno 2012

Scrivere al buio


C'è chi parla da solo.
Non so fino a che punto conti l'età,  ma ci sono persone che trascorrono molto tempo a parlare da sole e chi li osserva sorride, il più delle volte.
Chi parla da solo ha certamente ascoltatori interessati a lui e quanto dice è estremamente considerato al tal punto che il dibattito s'incendia e altre voci si intromettono aumentanto l'intensità della discussione. Si sostengono tesi anche molto ardite e profonde che non tradiscono mai il sentimento effettivo di ciò che si sta dicendo; l'onestà di pensiero è in testa a ogni passaggio e ciascuna parola non è pesata e calibrata perchè non offenda il prossimo o si trasformi in un boomerang contro se stessi, ma fluisce libera e potente, stonata e graffiante, indicibile e grezza.
Nessuno s'intromette a caso e tutti hanno la parola che serve in quel preciso istante per rendere reale un discorso, per rovesciare certezze e scompaginare l'ordine delle cose.
Cose che nel frastuono del quotidiano scorrono via veloci e superficiali al punto che il giorno scappa via dalle dita facendoci illudere che abbiamo tracciato chissà quali fondamentali solchi sul terreno.
Tutto è così troppo preciso e ordinato che spesso perdiamo di vista che nel disordine si scoprono nuovi percorsi.
C'è chi parla da solo e in quel parlare, molti individuano il buio della loro vita e tanti credono che quel buio sia la sole luce possibile; come se la luce fosse una sola.

Scrivere, in fondo, non è parlare da soli?



mercoledì 13 giugno 2012

Peo


Un raggio di sole, incredibile!
Al primo raggio di sole che sa d'estate, appare Peo.
Si mette sulla porta, circospetto, guarda dentro e poi finge di andare via. Fa sempre così, da anni.
Poi ritorna e comincia un breve giro d'ispezione lungo i muri del locale; ho molte foto appese, forse vuole verificare se sono cambiate, se vicino alla porta del bagno quella con i due innamorati anni cinquanta, puntini  indistinti dentro al panorama, è ancora al suo posto. O quella della festa per la promozione nella serie superiore della mia squadra del cuore, la promozione, la prima alla quale ho partecipato bambino. Poi ne sono seguite tante altre.
Gira.
Sfiora i tavoli, a quest'ora vuoti di persone, penso per ricordarne l'essenza o per capirne la consistenza, osserva le gambe delle sedie non proprio ordinate.
Fa ancora un giro e questa volta attraversa lo spazio aperto del locale, quello che sta tra il mio bancone e i muri, come chi per la prima volta scopre di non avere più terra sotto i piedi ma solo il suo corpo a tenerlo a galla nell'acqua fonda.
Sfiora qualcuno assonnato che fa colazione, annusa l'aria intorno che sa di caffè, giornali aperti, brioches e acqua di colonia dei più.
Io lo osservo senza guardarlo.
Poi si avvicina e mi guarda.
" Mi sa che l'estate è cominciata."
Si gira e se ne va.
Ciao Peo, ci vediamo il prossimo anno.

lunedì 11 giugno 2012

Il binomio fantastico

Strana gente gli scrittori.
Ce ne sono alcuni, che passano un po' di tempo da me; dicono trovarsi bene e in tranquillità, bontà loro.
Sarà che chi vive di scrittura è tanto coinvolto nelle sue storie, nelle sue parole, da risultare spesso alieno al mondo quotidiano. Vale un po' per tutte le forme d'arte, ricordate Colò di cui ho parlato giorni fa? E' l'arte a fare la differenza o almeno la sua attitudine.
Perchè a voler guardare fino in fondo, ragionare d'Arte è sempre un percorso bizzarro tanto bizzarro che forse non è neppure un percorso ma esclusivamente un bisogno naturale. L'Arte è la rappresentazione di sé all'infinito; ce lo dicono i graffiti nelle grotte piuttosto che certe installazioni post moderne. Ogni istante è una rappresentazione di qualcosa che sotto qualche forma è già esistita, si è già manifestata e continua a riproporsi.
Tutti noi ne siamo pieni, sennò che senso avrebbe la sua rappresentazione? Allora credo che la vera Arte sia la macchina umana e le sue distonie e gli artisti, anime con distonie tanto marcate da permetterne la loro rappresentazione, altrimenti dette "sensibilità".
Strana gente gl'Artisti e strani questi amici scrittori che restano ore a parlamentare su letture, su frasi, su tecniche ed espressioni, su effetti ridondanti o effetti diretti, sul linguaggio piuttosto che sulla capacità di suscitare immagini.
Fanno un esercizio, spesso per gioco tra loro, che si chiama "Binomio Fantastico", cioè chiamarsi due parole a caso, anche in totale dissonanza, e con quelle costruire una storia.
Una storia.
Di questo hanno bisogno gli scrittori, di una storia da raccontare di un'emozione da regalare; una rappresentazione infinita di questa sola vita che ci è data vivere e che, molto probabilmente, a loro sembra fuggire più velocemente alimentando quella febbre incurabile che è scrivere.
Ho suggerito loro un binomio: esserci/resistere.

giovedì 7 giugno 2012

Assalto alla baionetta

Ditemi la verità. Chi è senz'altro al di sopra di ogni colpa?
No...tranquilli...nessuna velleità gesucristica.
Solo che stando qui ascolto tutto e tutti, in un modo o nell'altro, mi raccontano le loro vite, i loro problemi, le loro ansie.
Poi guardo me, ci mancherebbe, e penso a ciò che faccio e soprattutto non faccio. Ciò che vorrei che fosse e quanto so che non riuscirò mai a cambiare.
Mescolando tutto e ascoltando tutto, compreso politici, imprenditori e manager, sono giunto alla conclusione che se una comunità, tipo la nostra, a un certo punto s'incaglia su se stessa, le ragioni vanno cercate nella mancanza di voce attiva da parte delle maggioranze.
Le maggioranze ci sono eccome e sono quelle che mandano avanti le famiglie con pochi soldi, con mille fatiche ma sono anche le stesse che, in qualche misura, vengono usate da minoranze potenti. Fino a qualche anno fa passava da qui un signore anziano che aveva fatto la prima guerra mondiale e mi raccontava di questi assalti alla baionetta senza senso, dove migliaia di persone cadevano come pioggia in un giorno di pioggia.
Quella è la maggioranza che se non fosse andata all'assalto sarebbe stata abbattuta da un plotone d'esecuzione.
Cosa cambia rispetto a minoranze di imprenditori, politici, manager, manipolatori mediatici, banchieri, che ci mandano all'assalto o ci mettono al muro?
Cosa cambia?
Cambia saper dire tutti di no o saper pensare con la propria testa e coscienza, prima che le cose accadano.
Cambia,  a noi fucilieri assaltatori, non fare il verso del Cadorna di turno, mimando le sue movenze.
Per cui, chi è senz'altro al di sopra di ogni colpa?


martedì 5 giugno 2012

Genova


Per quanto uno si sforzi di girare il mondo, aprire nuove strade, cambiare spesso direzione, a un certo momento della vita si fanno i conti con le proprie radici.
Come se, dove abbiamo posato lo sguardo la prima volta nella nostra vita fosse in qualche misura parte stessa del nostro DNA. Non ci si può fare nulla.
Ne parlavo ieri sera, prima della chiusura, con un amico abituale frequentatore di questo locale. Lui ha girato e ancora gira per il mondo. Ha una professione di rilievo, ha contatti in molta parte del mondo è, a modo suo, un personaggio pubblico nel senso che di lui in molti conoscono esistenza e consistenza.
" Quando sono qui di fronte,  in mezzo a queste case, capisco che sono a casa" mi ha detto, lasciandomi colpito e felice. Felice perchè è un sentimento che condivido e anche perchè è come se di colpo mi si fosse svelato un mio simile, qualcuno cui non devo spiegare troppo.
L'appartenenza ha un grande valore molto spesso sottovalutato e temuto; l'appartenenza siamo ciò che ci distingue e ci rappresenta. Non a caso usciti dal nostro guscio tendiamo a cercare similitudini con ciò che abbiamo lasciato, poi impariamo le novità, scopriamo nuovi atteggiamenti e pensieri e molte volte ne assimiliamo gran parte. Ci mischiamo e mischiandoci generiamo nuove forme, linguaggi. Come fare dei figli, a ben vedere; si miscela e si crea da due distinte unità. E come i figli, il legame è il DNA, la storia, e così è l'appartenenza a un luogo dove si è aperto gli occhi e del quale si è assorbito l'essenza.
E ci sono luoghi che hanno qualcosa di magico in più che tutto questo rende estremo.
Uno di questi luoghi si chiama Genova.
Casa mia.

domenica 3 giugno 2012

Teatranti


Tra le cose che mi piacciono maggiormente c'é quando, a orari imprevisti, questo locale si riempie di persone animate da qualcosa di magico. Qua vicino c'è un Teatro, un  piccolo Teatro di quartiere, cento posti a sedere al massimo. Questo Teatro è utilizzato da attori professionisti e attori non professionisti. I primi spesso sono le guide e gl'insegnanti dei secondi e sono professionisti perchè hanno deciso che di quel mestiere faranno la loro fonte di sostentamento, quasi sempre dolorosa e faticosa. I secondi, sono nel limbo, tra la paura di perdere certezze acquisite altrove e bisogno di volare alto. Questi ultimi sono i più interessanti da spiare.
 Si vedono almeno una volta alla settimana, provano ore e ore, ma prima passano da qui per una birra, un caffé. E come sempre li ascolto. Io ascolto tutto: è questo il mio vero guadagno.
Sono concentrati, si sollecitano su come porre una battuta piuttosto che immaginarne di nuove e differenti; come tutte le cose genuine, tutti si occupano di tutto, dalla ricerca di abiti di scena a scenografie intere sottratte dagli arredi domestici di ciascuno, dalla logistica operativa per il giorno dello spettacolo; ma soprattutto sono gli occhi e le voci gli aspetti più intensi da guardare e ascoltare. Le voci sembrano proteggere il personaggio che, prova dopo prova, si è fatto spazio in loro e che fa compiere loro gesti altrimenti sconosciuti. C'è la ragazza che deve invecchiarsi e rendersi insopportabile zitella e una volta in vista del palcoscenico, trasforma una sua vita reale attenta ai dettagli alle amicizie al sorriso, in un mondo totalmente alieno ma proprio per questo vissuto intensamente. Sono tutti lavoratori, o disoccupati, figli di questa realtà, che per qualche ora , si allineano e prendono forme nuove, camminano dentro mondi nuovi, parlano lingue nuove, pensano pensieri nuovi e ci mettono il corpo, la voce, l'anima.
Nel momento che i miei bicchieri passano dalle mie mani alle loro, in quel gesto tanto consueto quanto banale, ho come la piacevole sensazione che qualcosa di noi s'intrecci.
A ben vedere siamo sulla stessa scena, io con il mio quotidiano teatro fatto di personaggi sempre differenti, loro attori di una vita che, fuori da qui, assume altre dimensioni. Recitiamo tutti.
Recitamo tutti e recitiamo sempre, al punto che il confine tra stare in scena ed essere la scena è così sottile da non comprendere quale sia il vero palcoscenico.

giovedì 31 maggio 2012

Primavera


Spalanco le porte.
Forse un po' di caldo si è deciso a bussare ai vetri, era ora, aspetto sempre questo momento in maniera liturgica. La primavera mi fa un effetto rondine nella testa da non poter decidere cosa fare ma dover comportarmi per forza in un certo modo. Annuso l'aria da casa a qui come un rabdomante l'acqua nel terreno e mi lascio scuotere da l'accento acuto del pitosforo del giardino a piano terreno che come una droga mi sostiene fino all'incontro olfattivo con una zagara di città, sorprendente, a due passi dal locale, che miscela il suo profumo in quello ancora presente nel mio naso, s'insinua e scatena fotografie a colori davanti a me.
Si lo so sembra una descrizione da uno che si è sniffato l'universo. Per certi versi è così; la droga è sola una scappatoia dai pensieri e questa droga naturale che inalo è semplicemente un'inevitabile necessità di sopravvivenza.
Spalanco le porte affinché questo nastro di profumo mi segua e mi piace lasciarmi tampinare così.
C'è Mario che si lamenta per la corrente d'aria e prova a chiudere...mi costa un bianco riparatore per farlo desistere.
La corruzione è arrivata anche qui.


martedì 29 maggio 2012

Normale


Una persona muore e se è vicina a noi ci disperiamo altrimenti è solo una notizia o una statistica. Un giorno passa dietro a un altro e guardiamo le ore che ci interessano, per il pranzo, per un appuntamento, per andare a dormire. Qualcuno ci sorride, qualcun'altro ci ignora altri ci disprezzano o ci adulano e ci interroghiamo su di noi senza tentare di comprendere le ragioni altrui. Amiamo, odiamo, mangiamo, dormiamo, liberiamo istinti, corriamo: tutto normale.
La normalità è ciò che maggiormente ci rappresenta e contemporaneamente ci terrorizza. Fare una vita normale è il peggior incubo di chi si sente differente, fuori dagli schemi; fare un pensiero normale appiattisce il giudizio su di sé da parte degli altri; scrivere cose normali sa di banale e allora molti si esibiscono in acrobazie delle peggiori loro intenzioni per rappresentare qualcosa che riguarda altri.
Normale.
Aprire il locale e sapere che qualcuno entrerà: normale.
Che qualcuno ordinerà: normale.
Che arriverà sera: normale.
Solo che ogni istante, ogni gesto è solo quello e lo è solo per quel momento.
Ah già...pure questo è normale.

domenica 27 maggio 2012

La domenica


Lo confesso. La domenica amo starmene rintanato in casa.
Anche se fuori fa caldo, anche se gli elementi spingono affinché tutto si manifesti all'aria nonostante i richiami delle occasioni sociali.
Mi rintano sino allo sfinimento.
Ci vuole una certa perizia per riuscirci senza danni apparenti e non bastano lezioni teoriche di ozio per esserne provetti utenti: ci vanno anni e anni di pratica.
Ci vanno domeniche di sole e gente per la strada risvegliata da ormoni primaverili che le spoglia e le rende elettriche al solo avvicinamento. Giornate che osservi dai vetri e ascolti solo gli echi che giungono da fuori fissando per ore punti immobili da qualche parte della stanza.
Ci va l'esperienza di chiudere le porte a parenti o amici non richiesti che appaiono sulla soglia con la scusa del "passavo da qui", intanto che riprovi per la centesima volta nella giornata a giungere al termine della pagina del libro che tieni tra le dita ma che spesso precipita ai tuoi piedi.
Serve la competente capacità di muovere lentamente le tue articolazioni verso spazi esclusivamente necessari se non indispensabili quali il divano, il letto, il cesso.
Serve la preparazione necessaria al silenzio della tua mente e alla tentazione latente di mollare tutto e uscire.
La domenica è così.
Domani si ricomincia.

giovedì 24 maggio 2012

L'abitudine

Alle 9 in punto, il Dottore del palazzo di fronte, entra, cerca il solito angolo del bancone, appena a sinistra, tra i tovaglioli di carta e la boccetta del miele. Posa la borsa ai suoi piedi, spingendola con le tibie per essere certo di sentirla vicina. Poi ordina il caffè macchiato. Quindi con la tazzina in mano si avvicina al quotidiano locale appoggiato sul tavolo per leggere le principali notizie. In quel momento, ma solo in quello, la sua borsa resta abbandonata sotto il bancone e sembra non importargli.
Come se l'attenzione per il giornale e la notizia avesse il sopravvento sulla sicurezza della sua attività. Noto anche il suo disappunto se il giornale è occupato da qualcun'altro: i suoi tempi si stravolgono. Restare più a lungo in attesa del giornale e sparigliare l'abitudine d'uscire alle 9,10 in punto o bere in fretta e con rabbia uscire sapendo che la giornata prenderà un'altra piega?
La nostra vita è soprattutto un bisogno di certezze. Il nostro limite è pensare che possa esistere sempre e solo una possibilità. La nostra fortuna è quando un po' di follia ci porta da un bar all'altro.

lunedì 21 maggio 2012

Il buco nel cielo


C'è un buco nel cielo.
Venendo qui, stamattina, ho alzato gli occhi, tra la pioggia e in mezzo al cielo pieno di nuvole basse, c'era un buco di azzurro. Come se qualcuno avesse scavato per guardare sotto e da sotto ricevere qualche segnale.
Noi da qui, le nuvole non le muoviamo; neppure il cielo possiamo muovere nonostante la boria che ci contraddistingue, ci fa pensare che tutto possa dipendere da noi.
A volte penso che probabilmente siamo come quei formicai che casualmente sbucano dal terreno di casa e che noi, curiosi e persino un po' crudeli, andiamo a svelare provocando la reazione organizzata e spaventata delle formiche. E scopriamo l'esistenza di un intero mondo sotto i nostri piedi che fa un sacco di cose, ha regole, strutture fisiche e gerarchiche; tutte cose che dall'alto delle nostre scarpe neppure ci sognavamo.
Poco dopo il buco nel cielo non c'era più e per un attimo mi sono sentito al sicuro.

sabato 19 maggio 2012

Che dire?


Che dire?
Fino a che potere e interessi personali avranno la priorità sul senso comune del vivere, finchè l'essere umano sarà sempre simile a sé stesso senza scatti in avanti, finchè la cattiveria di pochi sarà in grado di annichilire la voglia di rivolta dei più, beh, fino allora non ci sarà da meravigliarsi di morti, stragi e disinteresse scentifico della vita altrui.
Ieri treni e piazze saltate in aria, giudici scomodi fatti a pezzi, in nome di un mantenimento dello stato delle cose.
Oggi ragazzini a scuola.
Domani?
Mandano segnali e i segnali arrivano sempre da una direzione.
Il paese vacilla, la politica frana su sé stessa e i segnali puntuali arrivano, come a ricordare, "che perchè nulla cambi tutto deve cambiare", per ricordarci che noi massa dobbiamo stare al nostro posto sempre e comunque.
Stiamo attenti ai luoghi comuni, alle frasi fatte, ai colpevoli di mestiere, ai proclami degli eletti, ai tam tam scentifici di molta informazione o presunta tale.
Proviamo, una volta, a dare retta alla necessità di non strafare, di non prevaricare e di esserci per tutti. Proviamo a fare come se i soldi fossero solo un minimo bisogno. Dove non c'è interesse da cavalcare non c'è interesse al malaffare. Almeno in Italia.
Proviamo a immaginarci, invece che temerci ogni volta che ci chiudiamo la porta alle spalle

giovedì 17 maggio 2012

Ti ascolto


Siediti e racconta. Ti ascolto.

Ascoltare.
Ascoltare attivamente, partecipatamente, come se ci si ascoltasse nel proprio intimo.
Che poi, in realtà, si teme la propria intimità più di quella altrui. I nostri fantasmi ci appartengono, ci spaventano e tentiamo di rifuggirli; l'ascolto passivo degli altri ci allontana da noi .
Saper ascoltare è prendersi anche cura si sé e con sé fare i propri conti, quelli più impegnativi, quelli più oscuri.
Crescere è anche questo, saper tacere e imparare l'ascolto e fare dell'ascolto un fatto proprio, non temendo giudizi e condanne.
E se si ascolta si scopre che le parole nel momento stesso in cui fluiscono, assorbono peso e sostanza e se non siamo abituati a conoscerne l'essenza, le perdiamo un attimo dopo e non ne comprendiamo la bellezza, il senso, la portata. Si ascolta con tutto il corpo, ci si estranea dal resto; come quando ci sediamo al buio della nostra intimità per raccontarci tutto, ma proprio tutto.
Imparo ogni giorno ad ascoltare e ogni giorno imparo a capire e conoscere i miei echi.

Siediti e racconta. Ti ascolto.





mercoledì 16 maggio 2012

L'ornamento


Un ornamento.
A volte mi convinco che le parole usate da molti siano soltanto un ornamento per la bocca, gli occhi e i gesti che compiono. Quando sento parlare quelli che sono a capo di qualcosa trovo nelle loro parole una tale gestualità sonora che sa tanto di manuale delle parole che vanno dette.
Stare a capo di qualcosa o qualcuno o entrambe le cose insieme, presuppone un'esposizione inevitabile; una posizione scomoda dove è difficile rendersi invisibili. Per questo soggetti a maggiori pressioni e anche a privilegi. Però trovo molto squallido, quando, in tali posizioni, si preferisce conformare un messaggio e delle azioni a quelle di tutti, per non correre almeno due rischi: l'impopolarità tra i propri pari e la perdita di potere. Sarà anche per questo, forse, che in certe posizioni o sono troppo vecchi o sono troppo giovani e in genere sono sempre gli stessi; i primi guidano e i secondi si lasciano guidare.
Quando li sento, le rare volte che vengono a nascondersi in un posto come il mio, lontano da occhi indiscreti, per parlare di "strategia", mi da molto sui nervi sentirli spostare persone come birilli su una scacchiera in nome del profitto, della redditività.
Mi da molto sui nervi sentire che tutto ciò che sta sotto di loro è certamente inferiore; mai che li senta mettere in discussione i loro privilegi; mai che venga il dubbio che un operaio a 1000 euro mese e famiglia a carico possa anche avere paura e non solo esser loro ostile.
Un ornamento.
Le parole che spesso questi signori usano, sono un ornamento sonoro, come un bel fischiettare in mezzo ad un bosco, increduli che possa esistere la possibilità che faccia notte e ci si possa perdere nel fitto della boscaglia.
Sto parlando di cose così ovvie e banali da non essere neppure interessante.
Solo che, a forza di ovvietà, stiamo perdendo il senso della realtà.

sabato 12 maggio 2012

Si va in scena


Questa è per te.
Per te che ti sei seduto qui di fronte e sei rimasto a guardare in giro senza parlare per un po'. Hai ordinato con educazione, hai ringraziato e sei ritornato nel tuo silenzio a guardare un punto lontano.
Non guardavi lontano e l'ho compreso più avanti.
Ci va molta serenità per restare da soli in mezzo a un ambiente sconosciuto lasciando che gli sguardi ti si appoggino curiosi e a volte invadenti su di te. Ci vuole la serenità di chi non ha nulla da nascondere e molto poco da ostentare perchè disinteressato all'ostentazione.
E gli sguardi si chetano, pian piano, si appoggiano su altre mensole più disponibili all'osservazione compiaciuta.
E' in quel momento, solo in quel momento, che hai aperto la bocca per raccontarti dietro la piccolissima sollecitazione del " Va tutto bene? ha bisogno d'altro?"
No, non va bene nulla e me lo hai raccontato come un padre ad un figlio che rimane basito per questa nuova dimensione del genitore. Chi abbiamo di fronte pensiamo possa sempre essere qualcosa che contrasta e migliora le nostre debolezze; restiamo sorpresi quando presunte debolezze sono ragione di un'esistenza e sono sostanza vitale per ogni minuto di questa vita.
La scoperta è sempre un atto violento ed emozionante, un percorso in salita che pare non terminare mai e poi esplode di meraviglia.
Non guardavi lontano perchè stavi solo guardando te seduto al tavolo di un Osteria qualunque in un giorno qualunque di una vita qualunque. Una vita che ti ha portato a sederti qui e parlare di te.
Mi interrogo spesso sulla reale utilità delle cose che faccio, delle cose che dico.
Capisco che hanno un senso quando il sipario delle vite altrui si apre di colpo di fronte a me.
Si va in scena.

mercoledì 9 maggio 2012

La felicità


Cosa serve per essere felici? E poi serve essere per forza felici?
Da ciò che vedo intorno a me mi pare che la felicità possa essere realizzabile se si lascia da parte il passato e ci si limita a guardare un po' di presente con occhio distaccato.
Non è proprio semplice per tutti e questo fa la differenza tra felici, meno felici, scontenti o disperati.
Perchè è così, la felicità non ha regole fisse, non ha colori o profumi non segue le mode o i conti in banca: è una condizione dell'anima.
O si ha o non si ha.
Probabilmente in tanti abbiamo condizioni ideali per la felicità e neppure le vogliamo considerare perchè non ne siamo predisposti e fa pure male sentirne parlare quando molti non hanno neppure un decimo di questo.
La felicità è probabilmente un istinto, un bisogno di vita all'ennesima potenza.

Penso a questo mentre fuori un sole impazzito s'infila nei vetri dell'Osteria.
E provoca abbagli.

domenica 6 maggio 2012

L'illuminazione

Curiosamente qualcuno passa e guarda dentro il vetro della porta d'ingresso.
Guarda e forse s'interroga.
Sugli arredi, su di me dietro al banco, sulle luci, sulle persone ai tavoli?
Chi lo sa.
Guarda, forse s'interroga e muove la testa un po' a destra un po' su un po' a sinistra.
Sarà il riflesso del vetro che non fa vedere bene.
Mi chiedo se sono velati schermi a rendere interessante una visione o l'interesse del guardare consente di superare ogni ostacolo.
A ben vedere la curiosità è parte della conoscenza e spesso ne è la condizione di partenza.
Per questo credo non ci si debba mai preoccupare degli ostacoli che la nostra condizione di umani sensibili ci mette di fronte ogni momento; dietro ogni facciata esiste un'abitazione e all'interno delle vite animate da differenti energie.
Siamo solo una delle tante ombre che si muovono al di là del vetro per le quali vale sempre la pena di compiere uno sforzo d'illuminazione.


venerdì 4 maggio 2012

Un po' di pace


Ogni tanto si pensa che restando fermi non accada assolutamente nulla. E un po' è vero se a stare ferma è la testa o la voglia di esporsi.
Non ho un gran vita di movimento è ho la fortuna di gestire un'Osteria, dove la gente entra, sta un po' qui e poi va.
Ma in realtà spesso bastano pochi accenni per far accendere dell'interesse; una parola posta con equilibrio, un gesto libero che accorci le distanze, un po' di leggerezza nell'essere e non pensare di essere sempre nel giusto.
Siamo tutti persone, siamo miscele di energie e mondi misteriosi che continuamente si sfiorano e talvolta si scontrano. L'energia del resto nasce da uno scoppio, da un disordine.
Da molto tempo ho imparato a non programmare troppo.
E a lasciarmi andare un po' di più.
Ho un'abitudine che mi porto dietro da anni.
La mattina quando esco di casa per venire qui, la prima persona che incontro per strada, la saluto con affetto; sorrido, guardo negli occhi e scandisco bene "Buongiorno". Quasi tutti rispondono al saluto. Per me è terapeutico.
Appena ci lasciamo di spalle, ciascuno per la propria, strada provo a immaginare la vita dello sconosciuto appena sfiorato che all'improvviso non è più sconosciuto. E immagino lui faccia la stessa cosa.
Non serve correre. Non servono le luci addosso.
Forse basta un po' di pace.

mercoledì 2 maggio 2012

L'artista


Qui a due passi da me, esisteva il laboratorio di Colò, uno scultore. Era anziano, molto anziano quando l'ho conosciuto. Io ero un bambino e rimanevo affascinato dal suo laboratorio pieno di stucchi, di gessi, di creta fresca.;del suo abbigliamento dimesso quasi come il suo fisico logoro.
Vedovo e senza figli, solo.
 Anzi, no.
 In compagnia della sua arte.
 Un'arte che riusciva a malapena a vendere per opere funerarie che ancora si trovano nel cimitero locale. Poco da mangiare e poco da chiedere alla vita. Lo ricordo stanco ma sempre illuminato quando con la spatola nella mano un po' tremula, segnava la statua, il busto che ancora fresco di creta o plastilina, andava a formarsi sotto il suo sguardo. Passavo ore a guardarlo. Non ricordo cosa mi dicesse ma ricordo che non era infastidito della mia presenza.
Penso che l'Arte sia una sublime condanna, una gioiosa vicinanza spirituale a qualcosa che neppure l'artista sa comprendere. Penso che vivere d'arte non possa essere realmente possibile, proprio perchè l'Arte non è catalogabile, non è misurabile e quando qualcuno la misura per noi probabilmente l'ha già limitata ad un oggetto vendibile e riproducibile.
Penso a Colò, penso che dopo di lui restano delle pietre modellate dal suo sguardo, dalle sue mani, che in qualche parte o casa nel mondo, lo fanno rendere immortale.
Forse è questo il solo guadagno di un artista.

sabato 28 aprile 2012

Diversità convergenti


Gianni non regge il vino.
Luciano ha smesso di bere caffè da quando lo hanno scoperto tachicardico.
Efisio ha un buco in gola e parla poco, la macchinetta metallica lo avvilisce.
Silvano, Giorgio e Anselmo dicono di essere stufi della moglie almeno da venticinque anni.
Al contrario i ragazzi, quelli che passano molto tempo a scrivere sulle loro tastiere in orari mai definiti, non si sa bene da quale sortilegio siano colpiti; bevono capuccini, caffè, dei succhi per poi passare a birre e cocktail. Ma questi io non li preparo. Vanno di fronte, nel locale moderno.
 A quell'ora ho già chiuso, i cocktail e gli aperitivi con troppe mescole non fanno per me. Non li capisco e non ricordo le dosi. Preferisco chiudere e fare dell'altro. Per esempio camminare.
Camminare lentamente verso casa. Non ho mai fretta e dopo un po' la fretta è cattiva consigliera. Mi piace osservare ciò che accade in giro verso quelle ore che non sono più sera e assomigliano alla notte senza esserlo per davvero. Un orario per darsi un contenuto che tanti pensano di emulare leggendo libri di autori sconsacrati.
Il buio gioca strani scherzi e genera fenomeni diversamente individuabili di giorno.
Io cammino, altri ridono, altri ancora bevono a profusione. Qualcuno sta in silenzio al tavolo di casa  tra un primo, un secondo e un telefilm americano da seguire in silenzio.
A ben vedere, tutta questa voglia di parlare non c'è.
O forse c'è la voglia di essere lì, nel momento esatto che si crede di essere lì.
Buonanotte.

giovedì 26 aprile 2012

Ci si agita per nulla


Ci si agita per nulla.
A volte sono i gesti di qualcuno altre volte semplici parole. Altre volte piccole parole omesse o sottintese.
E ci si agita, si prendono posizioni di fuoco e si stilano commenti dei più feroci contro l'autore di gesti, spesso, involontari.
Salvo poi non scandalizzarsi o agitarsi per nulla quando tutto viene condito con i sapori al posto giusto ma con la volontà di colpire esattamente nel segno.
La politica,la finanza e l'imprenditoria da grandi numeri, ce lo insegnano ogni giorno.
A me piace pesare le parole ma con il tempo ho imparato anche a non pesare troppo i concetti soprattutto quando questi sono semplici ed espressi con parole semplici.
Ma tant'è...
Forse dovrò pesare di più parole difficili e concetti astratti.
Mi farà vendere qualche caffè in più?

lunedì 23 aprile 2012

L'orgoglio e l'appartenenza

Sapete cos'è l'orgoglio di appartenenza?
E' un po' come credere in un'ideologia e per essa essere disposti a tutto.
Nei tempi passati, da qui, passavano anche ex partigiani, persone anziane che hanno rischiato la propria gioventù, per un ideale. Quello di essere liberi di esprimersi, di scegliere, di volere. E tanti sono rimasti eterni vent'enni, fulminati da una raffica di mitragliatore o da sofferenze troppo grandi per sopravvivere.
Da qui sono passati e ho avuto la fortuna di poter parlare con loro, sentirne le storie, apprezzarne l'emozione.
Poi, ad uno ad uno, sono morti, scomparsi e con loro una fetta di memoria.
Cosa possiamo lasciare ai vent'enni di oggi?
Noi abbiamo solo raccolto la memoria e, nella stragrande maggioranza dei casi, di questa memoria ci siamo scordati o emendati.
Fa paura parlare di cose che non risuonano al bello.
Fa paura non asserire di star bene.
Fa paura schierarsi.
E allora lasciamo i nostri ragazzi, persi in una storia che non valorizzano e in un presente senza ideali.
Ragazzi che confondono bombe di Stato come quelle di Milano, Bologna, Brescia con le Brigate Rosse; che nelle storie della Resistenza vedono solo un passato tanto remoto da risultare noioso.
Che riconoscono un presente senza futuro ma non ne comprendono le ragioni.
Che furbo e potente sono la regola; che vale chi vince; che la sconfitta non può esistere e se esiste è senz'altro colpa di qualcuno.
La sola appartenenza possibile è la moda del momento o una precarietà diffusa.
Per me l'orgoglio di appartenenza è anche la mia squadra del cuore e la sua storia; sono i miei perduti ideali, sono il piacere di sentire parlare tutti i giorni qualcuno che ha ancora qualcosa da dire.
Ma sono anziano e non conta.
Come un bianco senza marca da una bottiglia anonima.

venerdì 20 aprile 2012

Esserci

Credo non mi stancherò mai di questo lavoro.
Non mi stancherò mai di sorprendermi della diversità delle persone, della loro differente predisposizione ad affrontare il mondo, dei nomi che cambiano e quando sono simili non somigliano i corpi che trasportano.
Entrano e mi salutano a volte senza neppure parlare, non serve.
Loro conoscono la strada per arrviare io quella per accogliere.
Sono amici? Si, anche.
Ma è qualcosa di molto diverso e molto di più.
Sono elementi compatibili alle mie mancanze. Ciascuno porta qualcosa che non ho o che manifesto in maniera differente.
Mi piace lo scrittore, con la sua divisa da scrittore, le sue parole mai a caso e quelle a caso sempre pertinenti.
Chi lavora con le parole ne è parte lui stesso.
Come chi insegue i sogni, chi parla a raffica per timore che l'eco di quello che sta dicendo lo possa spaventare.
Chi ride sempre nascondendo una ferita, chi lotta ogni minuto contro le ferite che continuamente si aprono nella sua pelle.
C'è il medico, il poliziotto, la libraia, l'impiegato, ciascuno con la sua storia e suoi retropensieri da scoprire.
E' questo che amo del mio lavoro.
Esserci.

mercoledì 18 aprile 2012

Non c'è più voglia di parlare di politica


Non c'è neppure più la voglia di discutere di politica.
Sino a qualche decina di anni fa, qua si facevano liti feroci tra comunisti e fascisti, tra cattolici e estremisti.
Fino a trent'anni fa esisteva così tanto schierarsi che per un certo punto il terrorismo sembrava quasi un fatto naturale, un'evoluzione dell'impossibilità di essere ascoltati.
C'erano le ideologie, gli ideali e poter appartenere a qualcosa; operai, impiegati, classe media, ricchi, poveri.
E tra le pieghe di questo discutere continuo, nascevano profili che partendo da un'ideologia cercavano un bene comune. Questo, soprattutto, dopo la seconda guerra.
Ne ho conosciuti tanti di loro, reduci, gente che aveva visto la morte, provato la fame e il fascismo.
Per un po' abbiamo vissuto con questo schierarsi, con questo appartenere.
Poi.
Poi ci hanno detto che siamo una nazione evoluta, ricca.  E lentamente ci hanno sfilato da sotto il sedere i nostri ideali in cambio di un benessere diffuso arrivabile, vivibile.
Hanno cominciato a dirci che il denaro aumenta nelle nostre tasche solo provando a giocare in Borsa!
Wow! La ricchezza improvvisa! L'incentivo ai debiti e sopra le nostre teste, sempre meno ideali, sempre meno figure dal passato, sempre meno buoni esempi.
Ci lamentiamo dei ladri e siamo i primi con l'istinto del furto, della furbata, dell'amicizia collusa.
Ci lamentiamo dei ladri quando non riusciamo a rubare noi per primi.
Un tempo la gente entrava nell'osteria e parlava. Adesso, beve, si guarda di traverso e va via.
Ma adesso è tornata la paura.
Non possiamo più fare furbate, non abbiamo più convenienze private, non possimo più spendere senza limite, cis tanno facendo consumare i risparmi per renderci più mansueti e siamo spaventati.
E allora ...dai alla caccia al colpevole! Dai alle grida dal basso!
Siamo come una nave che affonda...li per li , quando èo ra di mettere i salvagente, pensiamo sia un gioco e non lo allacciamo. Quando tocchiamo l'acqua fredda, gridiamo aiuto.
Non c'è più voglia di parlare di politica.
C'è voglia di acqua fredda.

martedì 17 aprile 2012

Salute!


Sono arrivati un po' alla volta. A due a due, uno solo, a gruppi di tre.
Un po' alla volta con calma.
Si sono dati appuntamento qui, nella sala del mio locale che improvvisamente si è animato, riempito fino al limite. Era parecchio che non vedevo tanta gente in una volta sola.
Subito erano un po' intimiditi, tra loro. Qualcuno chiedeva all'altro, ma ti ricordi di me?, e questo fingeva, dicendo si con un sorriso di facciata, confidando che i minuti a venire gli sbloccassero la memoria.
Tutti si abbracciavano.
Tutti erano li, si ritrovavano dopo trenta o forse più anni.
Ragazzi cresciuti un questo quartiere, che in questo locale hanno cominciato a parlare di loro, a soffrire, a sbagliare.
Perchè il proprio quartiere, il proprio paese, dove si è nati e cresciuti, per una ragione a me oscura, rimane attaccato come parietaria ai muri dell'anima.
Poi ci si mette il ricordo e gli anni trascorsi ad impreziosire tutto, a far scordare dolori e rabbie patite in quei tempi.
Hanno mangiato, bevuto, riso.
Hanno parlato, si sono appartati a due a due, a tre a tre. Qualcuno stava in disparte. Ma tutti avevano la stessa voce.
Tutti parlavano allo stesso modo.
Curiosa la vita che allinea sempre tutto ciò che sembra uscire di strada, che ti ricorda che c'è sempre un senso in ciò che si fa e che i ricordi non sono solo il pavimento dei depressi cronici, ma la ragione stessa per cui si guarda oltre.
Quando sono andati via, mi sono sentito un po' più solo.
Salute!

sabato 14 aprile 2012

Le invasioni


Il più delle volte, la vita ci sorpende.
Qualche volta anche troppo, spazzandoci via in un secondo quanto faticosamente raggiunto.
Spesso invece ti fa scoprire i dettagli che ti stanno attorno e a cui diamo sempre troppo poca importanza.
I dettagli sono importanti, nei rapporti con le persone e nell'equilibrio con se stessi.
 E sono oltretutto gratis; di facile utilizzzo e sempre a disposizione.
Stamattiva davo da mangiare ai gatti qui di fronte. Mi aspettano, sanno che a quell'ora arrivo con il solito ben di dio per tutti. Loro, da gatti veri, mi tengono a distanza e aspettano che mi allontano per mangiare. Un rito che si compie due volte al giorno sempre con le stesse dinamiche.
Da qualche giorno il rito si è arricchito di due nuovi ospiti. Due gabbiani molto grandi che puntuali come orologi svizzeri, scivolano giù dal cielo per partecipare al desco.
Uno rimane sul lampione di fronte al muro e da segnali gutturali molto precisi al socio che, lentamente, s'intrufola tra i gatti e con beccate precise si spazzola il contenuto di uno dei piatti. Poi si danno il cambio.
E i gatti...immobili.
Ieri mi sono domandato...ma un gatto...istintivamente...non dovrebbe allontanarlo, il pennuto?
Poi ne ho guardato un paio tra loro, grassi, indolenti, sazi. Ho guardato la tattica di guerra dei due tacchini vestiti da gabbiano e mi sono fatto l'idea che la troppa fame o il troppo agio sono strumenti perfetti per consentire le invasioni.
Me ne ricorderò alle prossime elezioni.

giovedì 12 aprile 2012

Ottocento metri


Capita di ripercorre vecchie strade dopo molto tempo.
Capita che una di queste sia stata la tua strada per molti anni, quelli della scuola, e quel tragitto di ottocento metri tra il portone d'ingresso e la fermata del pullman che riportava a casa, fosse il tuo vissuto quotidiano per cinque anni.
Poi capita che la vita ti trasporta come un pallone di bimbo, in giro, e tu quegli ottocento metri piano piano li vaporizzi con i ricordi.
Trovi nuovi percorsi, altri ottocento metri, altre routine.
Accade, però, che un giorno qualunque, un giovedì come tanti, ti ritrovi a passare negli ottocento metri persi nella memoria e per la prima volta fai caso a quanto intorno sia cambiato.
E' cambiato il modo di parlare, hanno chiuso alcuni negozi che erano caposaldo delle tue fantasie, come il prezioso negozio di abbigliamento sportivo, sulle cui vetrine fantasticavi gol in rovesciata nel "sette" favoriti da un modello di scarpe da calcio che non potevi permetterti.
Scarpe oggi considerate "vintage".
La latteria che vendeva i dolci alla panna che quando uscivi a mezzogiorno non resistevi dal comprare, non c'è più e non ci sono più le sue file umane sbavanti di fronte la vetrina.
Adesso c'è una ricevitoria per scommesse.
Il giornalaio è rimasto lo stesso ma ha il cartello giallo con "Vendesi" scritto sopra.
Le case sono le stesse.
La grande chiesa sulla piazza.
Il nome della piazza.
Quello è sempre uguale, ripulito, ristrutturato, ridipinto ma sempre lì da secoli.
E' allora che passeggiando i tuoi ottocentometri, acceleri il passo, sperando il tempo non t'inghiotta del tutto.

martedì 10 aprile 2012

Gente che rosica

Hai visto quello della casa di fronte?
Cosa dovrei aver visto?
Non fa più niente. E' sempre a casa, è sempre ben vestito, esce con la macchina. Ma non fa più niente.
Sarà in vacanza...avrà vinto alla lotteria...sai cosa m'importa.
E invece a me importa! Come puoi restare indifferente tu che lavori tutto il giorno e non guadagni niente?
Ma che ne sai cosa guadagno io! E poi a me va bene così. Se quello è felice così son felice anch'io.
A me rode!
Si vede.
Tutti devono fare qualcosa, avere un'attività. Non si può restare a non fare niente!
Che ne sai cosa fa? Magari fa più di te e me messi assieme. Piantala.
Me ne vado...non capisci un cazzo.
Grazie.

Il problema di molta gente è che finchè si tratta di compatirti o ottenere qualcosa da te, ti classifica tra le persone utili. Se fai qualcosa per te stesso e magari riesci pure ad essere felice, questo non poterti controllare, li fa stare male.
E ti odia.

domenica 8 aprile 2012

Il girovita

Quando le feste occupano le domeniche, secondo me siamo a credito di una domenica.
Infatti domani è pasquetta e il credito viene saldato.
C'è giustizia, quindi.
Strane ombre deambulano da me. La scusa è il caffè, la verità è la fuga dall'abbuffata con i parenti.
Non c'è niente da fare, abbiamo vizi ancenstrali che non ci toglieremo mai dal momento che continuiamo a chiamarle tradizioni, riti o altro.
La tradizione pagana di certi riti, un tempo era occasione reale di nutrimento suplettivo, ragione di accapparramento calorico in vista di mesi e mesi di scarsità alimentare.
Ovviamente della tradizione conserviamo solo quella dove si consuma. Domani si consumerà ancora e dopodomani ancora senza limiti, senza turbamento.
Vabbè..allora sei sempre contro tutto! In fondo è una festa, stare con gli amici!
Sono noioso?
Ebbè...un po'. Goditela, no?
Guardo il mio girovita e penso che ho perso anche quest'anno.
Buona pasqua.

venerdì 6 aprile 2012

Concomitanza


 CONCOMITANZA : Presenza simultanea di più elementi in un fatto o in un fenomeno.

Il nostro paese è curioso in questo senso. Spariscono soldi, vengono reinvestiti,e spariscono di nuovo tutto nel medesimo frangente. E uno a domandarsi come mai tutta questa velocità che non lascia traccia sull'asfalto.
Siano un paese che contemporaneamente ti fa mettere i soldi in banca ti dice di non farlo e te li toglie con la scusa dei sacrifici. Tutto contemporaneamente.
Ti dicono che manca il lavoro che bisogna licenziare perchè il lavoro ci sia.
E se una volta, la concomitanza, fosse dire ladro prendere il ladro e trattarlo come ladro.
Contemporaneamente.
Mah.