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domenica 27 novembre 2016

Armando e il sol dell'avvenir

Si chiama Armando, una quarantina d'anni, l'aspetto curato e modi cortesi.
Da qualche tempo passa qui da me, a volte con qualcuno altre da solo.
Mi saluta per nome, con garbo, si siede su uno degli sgabelli ai tavoli e ordina qualcosa: un caffè, un bicchiere di bianco, una Sambuca...a volte arriva con un cartoccio di fritti.
Si siede lì, mangia e beve, scambia qualche parola, spesso in dialetto e poi va per i suoi passi, salutando gentile.
E' chiaro a tutti che la mia Osteria non è esattamente un locale alla moda per giovani.
E' soprattutto la mia corazza e rifugio ed è ancor di più uno spazio esente da realtà per i non molti avventori.
Star fuori dalla realtà, per molti di loro, è un sollievo.
Armando invece, non me lo spiego qui.
Ha l'età della realtà, i modi e i gesti del suo tempo, ha un sorriso che ai più, qui, manca.
Ha questa voglia di dialetto tra le labbra che mi sorprende, proprio perché fuori da questo tempo.
Ieri pomeriggio commentavamo un fatto di cronaca: la morte di Fidel Castro: l'ultimo rivoluzionario.
Molto semplicemente, Armando, ha commentato l'aspetto dittatoriale del personaggio, i suoi lati orribili tra privazione della libertà e violenza al suo popolo.
Io mi sono inalberato!
Ma come?? Il solo rivoluzionario che ha avuto, lui e il suo popolo, le palle di non sottomettersi all'imperialismo statunitense, che ha dato dignità, pur nella povertà, al suo popolo costretto a imbarco dall'Occidente...tu, ragazzino, me lo metti sullo stesso piano di un Mussolini qualunque?
Armando m'incalza, dicendo che se si è anti fascisti non si possono accettare alcun tipo di dittature.
Che il Socialismo, di cui orgogliosamente parlavo, è lettera morta.
Anche il Capitalismo, ribatto io, è lettera morta: hanno perso entrambi.
Silenzio.
Silenzio.
Abbiamo perso tutti.
Non c'ho dormito stanotte.
Il senso di vuoto o peggio, di un nuovo senza connotati, mi ha destabilizzato.
Armando mi ha spiazzato, perché non è da nessuna parte.
Io e molti della mia età, abbiamo sempre avuto necessità di una parte, un luogo in cui riconoscerci.
Oggi non so dove stare.
L'Osteria è una specie di porto franco per me. Ma è collocata in uno spazio che non riconosco più, nel quale mi son perduto, evidentemente.
Armando, accidenti a te!
Ti dovrò offrire un bianco appena ritorni, ma dimenticati ti dia ragione: sarebbe troppo!
Già il senso di fine corsa è il mio compagno abituale di viaggio che ricredermi sarebbe ancor troppo faticoso.
Bisogna essere quando si è e poi aver la dignitosa possibilità di ritirarsi senza dare impiccio: un lusso in questi tempi.
Qualcosa è stato, qualcosa sarà.
Armando è e diverrà.


giovedì 24 novembre 2016

Credere

Forse è solo tutto uno stupido abbaglio, credere.
Credere si possa stare in pace, non temere i confronti, credere in ciò che si fa e si dice.
E' uno stupido abbaglio perché non siamo mai da soli anche quando ci trinceriamo in una piccola Osteria come questa o nei nostri pensieri.
Figure camminano dentro al loro mondo ciascuno con le proprie solitudini e pensieri.
In quella moltitudine le solitudini impattano tra di loro e ciascuna reclama qualcosa che, di quella solitudine, si fa abito per ogni occasione.
L'occasione di un riscatto e di sentire per davvero la propria voce fuori dal confine della propria testa; scoprire i suoi accenti e spaventarsi quando non ha il suono che s'immaginava.
La solitudine cerca solitudine ma due solitudini sono già una moltitudine muta che comunque esiste e si fa manifesta, condiziona le giornate, le scelte e nel trovare le parole che possono servire, si compone tutto il dizionario ignoto alle nostre labbra.
Credere.
Credere negli altri e aver cura di sé sempre sul filo di quello strapiombo che sono le nostre convinzioni maturate in silenzio.
Io credo.
Credo si debba smettere di non credere mai a nulla cercando al tempo stesso di essere sempre un po' più disponibili e attenti a quel vocabolario di solitudini che ci stanno intorno.
Io credo.
Ci credo.
Crederò
Lascio si possa  credere.


lunedì 31 ottobre 2016

L'Oste criptico e la metafora del tempo

C'è qualcosa che non torna.

Ho quest'Osteria piccina da sei o sette anni, non ricordo più.
Ricordo, però, che l'ho aperta quando, trovandomi pochi spiccioli della mia vita precedente, il tizio che l'aveva in gestione mi suggerì di acquistarla perché sarebbe stata la mia fortuna.
Volevo soltanto un posto per me, che mi rappresentasse: non m'interessava la fortuna.
Entrando la prima volta, ricordo, mi colpì la parete in fondo, in legno usurato.
Mi fece sentire a casa, una casa mai abitata, ma mia.

Gli amici, o almeno...quelli che mi stavano intorno poco prima quel momento, mi dissero che ero un pazzo. Altri mi dettero delle pacche sulle spalle. Qualcuno non si pronunciò. Un paio, uno in particolare, mi disse che non gliene importava nulla e chi mi avrebbe seguito anche all'inferno, se necessario, pur di sapermi libero e, magari, felice.

E così è stato.
Lui in Osteria viene tutti i giorni, legge il giornale, prende il caffè e mi racconta di suo figlio, del suo lavoro, della sua noia di essere e dover essere. A lui, più ancora che a me, devo molto; persino la mia testardaggine a voler tenere aperto, seppur i conti...insomma...tornano a volte.

Allora cosa non torna?

Non torna sapere che la testardaggine, l'autoironia, il far a meno di quasi tutto, tant'è...pare sembra dar fastidio se non addirittura spaventare qualche avventore a cui racconto la mia storia.

Qualcuno vorrebbe imitarmi, mi domanda e mi seziona come un Panda, s'interroga sul dove stia il trucco.
Altri, quando il locale è pieno, vorrebbero addirittura diventarne soci, per poi sparire dopo due giorni di vuoto.

Io non cerco nessuno in particolare e sono ben disposto con tutti: altrimenti non farei questa vita.
Per cui...che volete da me, voi che non mollate un millimetro del vostro benessere?

Il mio amico c'è, mi basta e basta persino a lui.
Un tempo c'era anche Mario, ma è morto, non c'è più, almeno fisicamente, ma " è come un'ombra dietro me" , probabilmente E' la mia ombra e io sono altrove.

In uno spazio parallelo  dove nulla va perduto. In uno spazio vuoto,  dove tutto si può riempire.

- Smettila di chiamarmi " Oste Criptico"...so perfettamente cosa dico.



lunedì 24 ottobre 2016

... se fosse?

Mi capita di domandarmi cosa sia, dopo; ma ancor di più, come sarà quel momento.
Se sarò lucido e i miei occhi sapranno posarsi sugli oggetti consueti o se, invece, mi mancheranno proprio quelle consuetudini.
E se fosse qui in Osteria?
Qui dove sono adesso, magari accasciandomi un poco mi capiterebbe di buttare lo sguardo sulla parte inferiore del bancone, quel bordo sporgente prima degli scaffali sottostanti, e con le dita tenterei di sostenermici ancora a quel bordo, come ci si aggrappa a un salvagente in mare tra le onde.
Poi la presa verrebbe meno e sarei con l'occhio a filo della pedana di legno.
Non l'ho mai guardata da così vicino!
Eppure mi sostiene dieci ore al giorno scricchiolando a ogni mio passo.
Per strada.
Si...per strada alla fermata del bus.
Un attimo, un pallore freddo, la vista che si guasta, mentre mi domando " Che succede?" e via...buio, sipario!
In ogni caso io ci sarò, questo è sicuro.
Io sono quello che si sta più vicino da un sacco di tempo, per quanto non mi comprenda del tutto, io ci sono!
Che fierezza nel pensarlo!
E sono lo stesso che era lì, sporgente da quell'utero sanguinolento, umido, che un po' di tempo fa mi ha spedito da queste parti.
Mi consola.
Si...mi consola sapere che comunque andrà, io, ci sarò!
E francamente, ora che ci penso, sarà un altro uscire da un utero un po' più grande verso qualcosa che scoprirò dopo un po', appena una qualche intelligenza farà tradurre in significato ciò che gli occhi, quelli nuovi, vedranno.
E vuoi vedere che...anche in quell'occasione...in qualche misura...io ci sarò?
O sarò altro?

"Jack...solita malvasia dolce?"

lunedì 17 ottobre 2016

Noi siamo, lo siamo sempre

L'Osteria l'ho lasciata per qualche tempo a un amico che la gestisse.
Avevo bisogno di staccare la spina e scomparire per un po'.
L'ho fatto.
Sono stato in giro e molto a casa a non fare nulla, proprio nulla, mollemente senza particolari occupazioni, se non quelle di nutrirmi il giusto e leggere.
Leggere mi consola.
Dentro ai libri mi allontano da me e dai miei quotidiani titillamenti.
Ho letto tanto fino a stancarmi la vista; ho letto bulimicamente senza pormi troppe domande su cosa stessi leggendo. Non ho pianificato letture specifiche ma ho concesso a esse di venirmi a trovare.
Libri antichi, libri nuovi, scrittori famosi e alle prime armi.
Nei libri c'è tutto, compreso ciò che di noi non sappiamo e che lì si rivela.
Poesie, saggi, filosofia, romanzi: ogni cosa.
Noi siamo ogni cosa.
Noi lo siamo ogni minuto che abbiamo gli occhi aperti e lo spirito ricettivo.
Lo siamo quando cambiamo rotta, abbandonando porti abituali per mari che sanno il fatto loro.
Lo siamo mentre attraversiamo la strada, camminiamo senza meta, sorseggiamo un caffè o litighiamo per un nonnulla.
Noi siamo e i libri ci raccontano la storia che noi , spesso, ci neghiamo per un fiato di tranquillità.
I libri siamo noi tutte le volte che ci lasciamo vivere.
Altrimenti siamo solo ombre senza scopo.
Ho ringraziato il mio amico e ho ripreso l'Osteria e sto meglio, mi sento meglio, penso meglio.
Sotto al bancone ho sempre un libro con il suo segnalibro che avanza tra le pagine.
Intorno  a me la solita umanità che osservo e che mi guarda, consolatoria e consolante.
Nel bicchiere verso anche me e chi mi beve non lo sa quanto questo i fa stare bene.

lunedì 25 luglio 2016

Estate

L'osteria è chiusa.
D'estate il caldo non s'addice all'Osteria e neppure a me che ne sono l'Oste.
Giro e cammino per le strade assolate e mezze vuote per poi attraversare la sera e quasi niente la notte di questa città che mi ospita.
Tutti diventano turisti in questi giorni, anche i residenti.
Lo capisci da come si muovono e come si vestono.
Hanno un passo lieve e distratto dentro abiti leggeri, che sembrano attirare il sole su di loro e rifletterlo sulla strada.
Sono teste che si alzano e guardano oltre ai tetti delle case quasi a cercare qualcosa di mai guardato fino a quel momento, come in attesa di un segnale qualunque per fermarsi e scoprire una novità: una sporgenza di un terrazzo, un riquadro nel muro ben illuminato dalla luce, un volto alle finestre che racconti una storia.
Sono un gelato al passeggio, sudore che segna le magliette acriliche sulla schiena, sandali e cappelli sulla testa. E' caldo che cerca fresco ma vuole il caldo estivo, perché d'estate questo si desidera: la temperatura; la libertà dei gesti, la libertà delle intenzioni.
La città è varia e al tempo stesso ben catalogata nei suoi generi, solo cambiata d'abito, adesso estivo.
Gli stili rimangono identici; quelli dei quartieri collinari hanno il vestito da circonvallazione, occhiali ricercati per ripararsi dal sole e distinguersi. 
Rimane identica la barba lunga e curata dell'alternativo, il suo fare da Artista maledetto.
Rimane maledetto il maledetto da tutti, extracomunitario o straccione, rimane invariato lo scandire della giornata.
I bambini sono un po' più bambini e meno organizzati che d'inverno: almeno riempiono per maggior tempo le piazzette con giochi loro.
Tutto rimane identico tranne il clima, al quale ci si adegua.
Rimane identica la paura di vivere di qualcuno o di tanti, il desiderio di essere migliori; i sorrisi sono più sorridenti del solito, la sfrontatezza dei giovanissimi, immutata, semmai più sfacciata ancora, con i loro corpi belli in evidenza, accoglienti nelle abbronzature.
Dalle finestre delle case asciugano al sole gli attrezzi da spiaggia e molti indumenti colorati.
Si sente vociare sino a tarda sera nelle vie del centro; se ci si avvicina al lungomare, intere famiglie fanno "flaneur" in abiti rinfrescati e ben stirati.
Io ricerco spesso l'ombra di un vicolo o qualche pianta di giardini pubblici per respirare e mi sento nell'onda con gli altri, osservato e osservatore.
Sento il calore dell'asfalto nella pelle dei piedi che slittano sulla gomma della scarpa estiva e il contatto della fibbia sul collo del piede, a volte, mi toglie forza.
A casa apro le finestre, faccio passare la corrente, mi spoglio e leggo qualcosa o non faccio assolutamente nulla in mezzo a quell'aria rigenerante.
Fuori le voci seguono il flusso delle ore e delle temperature, con punte di silenzio e di chiasso.
C'è un vento interiore che sa di tempesta, come quando nubi di calore vengono colpite da un getto d'aria fredda.
La pioggia rinfrescherà e sarà ancora estate.
 

martedì 21 giugno 2016

Sebbene

Ci sono ragioni che non si spiegano.
Come tenere aperto questo bar, anche se preferisco chiamarlo Osteria.
Non ci sono buone motivazioni economiche, neppure prospettiche ( non ho eredi), neppure culturali nel senso più autorevolmente inteso o storiche.
Ma l'Osteria rimane aperta, io mi limito ad alzarne la serranda, accenderne e spegnerne le luci, acquistare e rivendere oggetti in vetro o confezionati.
Insomma, nonostante me, lei, l'Osteria, vuole rimanere aperta e viva.
Io l'accompagno, mi adeguo e nonostante tutto, tiro avanti.
L'Osteria sono le persone che transitano con le loro storie che lasciano come alone sul bordo dei bicchieri che poi laverò per poter poi raccontarne e lavarne di nuove.
In questo gesto c'è il senso di questa ragione inspiegata.
Ogni tanto qualche bicchiere lo conservo.
Non lo lavo e lo chiudo in un cassetto, qui, sotto il banco.
Non chiedetemi perché: lo faccio.
Non ne ho molti ma neppure pochi e molto spesso li tiro fuori dalla loro ombra e li osservo in controluce per leggere le tracce lasciate.
Qualcuno è più appannato, altri sono polverosi, altri ancora hanno un velo di grigiore non rimovibile.
Quelli che ripongo nel cassetto in realtà mi domandano di essere riposti perché chi li ha tenuti tra le dita, in quei pochi attimi, ha saputo raccontarmi liberamente tutto di sé e io a lui.
Questa libertà di essere è la più grande libertà che posseggo e che alimento tutti i giorni, con nuovi bicchieri, nuovi sguardi, finché un'anima affine si palesa e allora resta lì, per sempre.
Sebbene possa sembrare non adatto a questa vita, questa vita è la sola che ho e si adatta a me e io a lei.
Il resto, a ben vedere, sono luci da accendere e spegnere, serrande da far scorrere, bollette da pagare e nulla da perdere.
* l'immagine è un'opera di un'artista genovese, Cinzia Ratto.



mercoledì 25 maggio 2016

La serranda del tempo

Io lo so che non è mai tempo perso.
Anche quando mi mordono il culo ad ogni passo e ogni volta sembra di ricominciare da zero; quando mi sbarrano la strada o pestano i piedi, lo so che non è tempo perduto.
Da dietro il mio banco di questa dimenticata osteria, ripercorro ogni istante, ripasso nella memoria ogni voce e ogni volto che da lì mi ha chiesto di ascoltare, ordinato da bere o si è assopito con la testa ciondoloni.
Quando un fornitore voleva essere pagato subito, quando un vigile mi voleva multare per un orario non rispettato, un vetro rotto.
Quando ho creduto fosse una buona idea questo luogo e quando ho capito che non ne potevo più fare a meno.
Non è mai tempo perso.
Il tempo è un cortile silenzioso dentro il quale si agita l'aria e gli sguardi da dietro le persiane si fanno curiose in attesa di un tuo gesto.
Non è mai tempo perso, non lo sono le parole dette e ancor più quelle che si sono trattenute nei pensieri.
A volte ci credo per davvero di essere libero al punto di sentirmi libero di pensarlo fino a sorridere da solo nel farlo.
Abbasso e alzo la serranda alle stesse ore degli stessi giorni da non so più quanto tempo, torno a casa, passeggio, fumo una sigaretta, mi guardo intorno, sorrido a chi mi pare, mi svesto, dormo, sogno e mi risveglio: giorno dopo giorno.
Anche se mi mordono il culo a ogni passo, mi dicono " vecchio scemo!", ridono per i miei abiti antichi e la mia testa tra le nuvole.
Alzo la serranda e attendo.
Qualcuno passa sempre per cui valga la pena non perderlo, questo tempo. 


martedì 24 maggio 2016

L'appartenenza

Appartenere.
A qualcuno, a qualcosa, a un'idea.
L'appartenenza è un lento divenire e un continuo attendere una nuova sfumatura cercandone sempre di nuove.
L'appartenenza a un'idea ha consentito di costruire delle nuove società, lottare per esse e ci è voluto del tempo.
Lo stesso per conservare una relazione o un'amicizia.
Ci si deve lavorare di continuo, sfidando la noia e il disamore quando non tutto si manifesta come vorremmo.
Le idee e, con esse, le ideologie lasciano il passo al possesso immediato di un riscontro tangibile. 
Pare non esserci più la voglia e neppure la pazienza per attendere un risultato: si vuole tutto e subito. Altrimenti, si passa oltre.
Ho speso molta della mia vita ad attendere un risultato da conservare, un sogno da raggiungere, un risparmio da fruttare, quasi sempre vanificati dalla fretta.
I caffè si buttano giù caldi o freddi, ma di fretta.
Apparteniamo a noi, alla nostra anima.
Qui passano sempre meno anime e sempre più corpi in fuga, repentini e sfuggenti, buoni come capocchie di cerini che avvampano e si consumano.
Le anime si trincerano, chi la conserva ancora, si tiene alla larga: fanno sorridere, le anime.
Le anime sanno parlare ma non hanno bocca se non si rischia un alito a volte sconveniente.
L'odore di certe anime infastidisce gli adoratori di questo tempo senza appartenenza, mischiati nella folla dei maratoneti del tempo consumato.
Ci sono anime che soffiano da dentro per uscire e serriamo i denti per paura di mostrarla, quell'anima nostra, reale, nuda e così lontana dal nostro vestito.
Bisogna appartenere a qualcosa, a qualcuno, a un'idea.
Che siamo noi, Dio senza schemi che non lasciamo vivere quasi mai. 


domenica 15 maggio 2016

La ragione dei giusti

Ci sono ore che sanno di orologi fermi da tempo.
Nei dialoghi che ascolto, noto sempre di più il vuoto e la sbadataggine verso la presa di conoscenza di se stessi.
Non sento parole che si mischiano, ma concetti che si sbattono contro, veloci come particelle impazzite dentro un acceleratore.
Si corre, individualmente, cercando un traguardo e ignorando il paesaggio intorno.
Si corre perché sembra la sola possibilità per esistere.
Una gara continua contro un tempo che non si lascia svolgere ma si butta indietro cercando vittorie e conferme del proprio correre.
Ridurre il tempo per allungarlo, come se una maratona ci garantisse vita eterna.
Il caffè si trangugia intanto che si telefona, l'alcool perché allontana inebriando.
Ci si guarda appena e si ascolta ancora meno.
Si sente, come una musica in un parcheggio di un supermercato, sottofondo indistinto e continuo.
Si sente di dover dire, essere certificati in qualche misura.
Ultimamente vedo occhi stanchi, abiti curati per una qualche apparenza confortante.
Ma quasi mai qualcuno che ti chieda come stai, chi sei, cosa desideri.
Sembra esserci una sola ragione possibile: quella giusta.
Mario non c'è più.
E' andato via un pomeriggio di fine Gennaio in quella solitudine tanto simile al momento della venuta la mondo.
E' andato via, da qualche parte, di certo qui nei miei pensieri.
Mi mancheranno i suoi silenzi e il suo guardare sinceramente perplesso.
Mi mancherà la sua epoca che è anche la mia.
La ragione dei giusti non prevede l'osservazione ma il possesso di una posizione consona piuttosto che di un giudizio definitivo.
Ci sono buone ragioni per chiudere un Osteria. I costi e ancora di più la mancanza di sguardi, di armonia, di complice appartenenza.
La ragione dei giusti, dei nuovi giusti, ti vuole giusto come loro, altrimenti non esisti.
Come un caffè in una tazzina senza manico. 


lunedì 15 febbraio 2016

Il parafulmine

Ho appeso degli oggetti alle travi del soffitto.
E' un vecchio locale e le travi sono vecchie, indurite dal tempo e scalfite dall'incuria di una manutenzione minima o assente.
Quando le guardo mi viene sempre voglia di toccarle, sfiorarle, lasciarci la mano sopra per un po' per vedere se succede qualcosa.
Mi fanno lo stesso effetto i muri dei palazzi del 1200 che ci sono qui intorno; come alcuni  lastricati rimasti originali per le vie.
Penso che ci saranno anche dopo di me e che hanno visto e sentito altri come me per molto tempo.
Penso ridano.
Ridano dei nostri passi sempre identici, della sfilza di parole e pensieri che sembrano sempre originali e unici, come grandi sorprese, come ci fosse sempre qualcosa da scoprire.
Stanno lì e ridono, li riammoderniamo con colori nuovi e intonaci e nuovi infissi e ascensori e marmi nuovi, e stanno lì intanto che passiamo.
Anche le travi sul soffitto sono così.
Da lassù ci osservano.
Per questo ho appeso questi oggetti: una stadera di mia nonna, pentole e misurini per il vino in stagno, credo, che si usavano un tempo per dosare il vino; e una chiave inglese appartenuta al mio bisnonno, un trapano a mano di mio padre, una tenaglia, un lucchetto.
Ne metterò fino a toccare terra.
E' come se mettere storia su storia, la mia storia su quella pubblica, possa arginare le risate che quelle travi, come quei muri, si fanno al sentire le mie chiacchiere e i miei pensieri che credo sempre così originali: possano fungere da massa a terra.
Ci sono ricordi non più consultabili a voce che a un bel momento hanno il sopravvento e vanno lasciati scorrere.
Come il fulmine nel cavo a terra di un parafulmine.
E' il momento che ti accorgi che quello davanti, quello cui i più giovani danno la baia, ora sei tu.
Se dal soffitto a terra metto ricordi tangibili, forse sarò un po' più in compagnia,
 
 



mercoledì 27 gennaio 2016

Buonanotte

La fine di una vita a volte ti sorprende.
Da bambini giochiamo a spararci e fingerci morti; in televisione cadere i cattivi come birilli, nei video sul web scene di impiccagioni precedute da pubblicità di auto potenti o deodoranti per cessi.
E sempre, giriamo pagina e andiamo oltre.
Non è la nostra morte, non ci riguarda.
E' un dettaglio, un numero sulla statistica.
Ma poi tocca a ciascuno, un genitore, un amico e allora la morte è devastante, lenta, lunga e pesante; toglie il fiato, svuota, ti costringe ad aprire cassetti mai aperti e guardarci dentro.
Guardati vecchietto mio, pelle e ossa, dalla bestemmia pronta come un tempo quando quelle ossa e pelle erano muscoli e forza, sberle e strette e calci in culo pesanti.
Ora sei lì, un pappagallo per pisciarci dentro e l'impresa di passi strisciati e pieni di affanno per raggiungere la cucina o il letto.
" Voglio dormire così passa più alla svelta"  e non la nomini, non la cerchi.
La ignori e lei ti lascia consumare piano piano, costringendoti a un farmaco, un passato di verdure, a una poltrona e all'ennesimo risveglio rancoroso.
Dammi un cow boy dalla pistola veloce, una freccia scagliata dalla torre più alta, un " Ciack! Si gira!"  e facciamola finita, come la comparsa che cade come un birillo, il palazzo che brucia, così che si possa vedere la fine del film e goderne la trama.
Buona notte ancora stanotte sperando sia notte, prima o poi, notte per dormire per davvero.
Per sognare il settimo cavalleggeri, i " cavalli e poua".
Buonanotte.
 


domenica 24 gennaio 2016

Fuori controllo

Immagina una mattina di svegliarti in una testa che non sai controllare.
La stanza, gli abiti, perfino le scarpe, le mutande che sono sempre le stesse che lavi da venti anni, tutto questo non lo controlli più.
Come se ciascuno di essi si fosse preso la libertà di uscire dal tuo controllo e iniziasse a percorrere una strada tutta sua: le mutande che non vogliono stare nel cassetto, le scarpe sempre sporche e dispari; la stanza che vuole essere un castello, il paesaggio fuori dalla finestra che si burla di te dagli occhi delle finestre aperte.
Immagina che tu possa osservare ogni cosa da una posizione distaccata.
Che tu non sei dentro a quelle mutande o in quella stanza ma solo uno strano oggetto che sembra somigliarti fisicamente.
Provi ad aprire la porta di casa e fuori, sul ballatoio, ti aspettano topi e ragni e buio.
E ti viene da fare quelle scale ripide di corsa per non farti prendere.
E quando sei nell'aria, sul momento ti sembra di respirare, ma dopo quattro passi vorresti non essere mai uscito da quella stanza.
La testa comincia a pulsare, le gambe si fanno molli e nella gola un buco verso l'esterno che devia l'aria che inghiotti in uno strano rigurgito interno.
I marciapiede sono montagne, la gente ostacoli, il semaforo un pendolo da ipnosi che ti obbliga ad appoggiare la schiena da qualche parte per non cadere.
E le tue mutande, le tue scarpe, ti precedono così la maglietta acquistata quindici anni prima, lo zaino solamente rimane appeso alla schiena e tu, come un pastore nel panico, cerchi di radunare tutte le pecore del tuo abbigliamento perché tornino insieme.
Ma la gente, le persone sono lì intorno che vivono una vita, camminano dritte, qualcuno ride altri sono seri o preoccupati.
Ma quasi tutti parlano tra loro e tu non parli con nessuno.
Non parli perché non sai cosa raccontare, dire, fare e perché non si può parlare con le mutande che vanno altrove e le scarpe non sanno stare al loro posto e le tue tasche sono vuote e la testa non sai più dove sia.
La folla, i gruppi, gente che ride, coppie per mano, sono bocche aperte e denti aguzzi che si fanno via via sempre più grandi intanto che sopravanzi.
Allora scappi, ti rifugi nella stanza, passi sopra i topi, i ragni, oltrepassi il buio e ti rinchiudi in modo che mutande, scarpe, tasche vuote, non fuggano in giro e la tua testa aspetta il prossimo sonno per chetare.
 


martedì 12 gennaio 2016

Libeccio

C'è libeccio.
 
Vento da nord-ovest, atlantico, imponente, che fa alzare il mare, lo gonfia, lo fa sembrare uno di quei materassi ad acqua così scomposti quando ti ci muovi sopra.
Onde alte superano le protezioni del porto; le navi sembrano attendere l'uscita in mare aperto con quel misto di soggezione e spregiudicatezza.
 
Ci sono molti punti d'osservazione in una città di mare, fosse anche solo una finestra lontana.
Chi il mare abita, il mare sa sentire anche a distanza e con lui respirare.
Un respiro che sa di attesa e stupore ma anche di sconcerto e impotenza per qualcosa che potrebbe  far mescolare le carte.
 
Accade spesso che si spariglino le carte e il gioco muti d'improvviso; quando accade ti metti con la faccia al vento per sfidarlo e poi, pian piano, trovi un appoggio migliore per non farti spazzare via.
 
Sono un mare in tempesta anch'io: le onde le mie inquietudini, il vento la paura di volare.
 
Guardo questo mare in burrasca e penso a me, alle nubi di sale che mi avvolgono, alle nubi che sfrecciano nel cielo, ai miei pensieri spesso al palo, come l'asta con la bandiera rossa strappata dal vento che ricorda di non tuffarsi dentro quelle onde.
 
C'è libeccio oggi nel mio cuore. 
 
 


mercoledì 6 gennaio 2016

L'età di mezzo

Ho quell'età di mezzo in cui il passato si comprime come un compattatore per la spazzatura.
Una forte pressione tra conscio e inconscio, memoria e rimozione, che riduce un grosso cumulo in un pacchettino semi informe.
Qua e là restano integri dei pezzi, una buccia, un ricordo, ma nel complesso si ha una nuova forma di quel tutto; lo estrai dal compattatore e lo metti da qualche parte, per essere a sua volta ridotto ma mai eliminato completamente.
 
Con i ricordi ho un rapporto nuovo.
 
Un tempo conservavo tutto, sistemavo e, di volta in volta, andavo a rivisitarli, con quel po' di emozione consolatoria di chi non vive il presente e si preoccupa troppo per il futuro.
 
Un amico mi raccontava il suo rito annuale di rimozione degli oggetti in più e non capivo.
 
Oggi si.
 
Oggi smonto un armadietto nella piccola cucina, lo regalo a chi ne ha bisogno sapendo che saprà trarne una nuova vita e un processo di continuità che me, quell'oggetto, non fornirebbe più.
In quel gesto oltre a star meglio io, tramando qualcosa di me altrove.
 
In un libro usato, acquistato da poco, ho scritto sulla seconda pagina il mio nome e la data di inizio lettura, come faccio sempre con i libri.
Poi, voltando pagina, ho visto che qualcun altro, ventuno anni prima, aveva fatto la stessa cosa: il suo nome e una data.
 
Ecco, questo intendo per tramandare qualcosa di sé.
 
Ho cercato di immaginare il volto di quella persona, capirne l'età dalla grafia, fantasticando su questi ventuno anni trascorsi, pensando al suo destino, se ancora in vita, che voce potesse avere, quali i suoi desideri, la sua vita.
In fondo entrambi abbiamo fatto cascare la nostra attenzione su quel libro, quel titolo, quel bisogno di leggerlo: in qualche maniera, siamo affini.
 
In questa età di mezzo, si fa molto più caso a certi particolari.
 
Si compattano i ricordi per far spazio a nuove emozioni, nuove strade e, forse, nuove aspettative.
 
Quando compatto i ricordi e vivo il presente, penso che un po' sono guarito da quella malattia che per troppi anni ha circoscritto il mio essere persona.
 
Compatto, smonto un armadietto, faccio pulizia su pavimento e guardo la nuova forma che ha preso la stanza senza quell'oggetto.
 
Vale la stessa cosa con le persone, gli affetti, le abitudini e le paure.
 
Vale far ordine, comunque.

venerdì 1 gennaio 2016

Il viaggio

Oggi è il primo giorno di un altro anno.
Un altro ancora.
Ho tenuto chiusa l'Osteria, oggi.
Mi sono alzato molto presto e mi sono infilato per le strade che sino a qualche ora fa hanno accolto gruppi di persone, persone singole, persone tristi o felici, in cerca di compagnia o di qualcosa.
Molti sono rimasti nelle loro case, da sole o con qualcuno, altri hanno preso il libro sul comodino e cercando di non sentire i botti provenienti da dietro ai vetri, si sono rifugiati nel mondo delle parole scritte; altri ancora erano con fiato corto o la memoria dispersa nel buio dei troppi anni sulla schiena. Qualcuno avrà fatto sesso, scomposto, alcoolico o piacevole, in piedi o al caldo di una stanza. Tutti in un modo o nell'altro coinvolti in questo crocevia prestabilito dell'ultimo giorno dell'anno, ciascuno a suo modo partecipe, anche nell'assenza.
 
Questa mattina i netturbini passavano i loro macchinari su detriti di vetro e plastica, carta, come una spugna sulla fronte di un pugile che sta perdendo ai punti.
Ma c'era un bel silenzio per le vie.
 
La sensazione dell'inizio di un viaggio che poi è sempre un viaggio in corso, un luogo dove andare, dentro o lontano da noi, fisico o metafisico.
Una sensazione che l'aria stessa raccontava con la sua leggera mobilità, il suo cielo grigio a incastro su questo mare che ci sta di fronte; mare che ci tocca perché qua siamo nati e qua viviamo.
Mare che sembra dirci, lì dalla panchina su cui mi sono seduto a fumare un sigaro, che in fondo c'è qualcosa per cui vale la pena viaggiare, fosse anche solo quell'istante lì.
 
Sembra voglia far pioggia o neve.
Sembra oggi e pare ieri così lontano.
Sembra che persino i bei pensieri oggi possano avere potenza e influire su ciò che ci circonda.
 
Sarà che è presto e in giro ci sono io e pochi come me, evidentemente insonni o mendicanti di attimi di silenzio.
Tra un po' ci sarà folla, quella che consuma e calpesta quasi tutto.
 
Domani riaprirò l'osteria e li vedrò sfilare con la loro faccia da anno nuovo e pensieri antichi.
 
Il viaggio prosegue.