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mercoledì 28 agosto 2013

I gesti

Mi piace credere che da qualche parte ricomincerò, potrò sentire il rumore della macchina del caffè che fa il primo della giornata, Mario che tira su con il naso dopo il sorso di sambuca, i vetri della porta d'ingresso instabili nelle loro guide ad ogni ingresso o uscita.
Mi piace credere che questi gesti non sono delle casuali conseguenze giornaliere ma il dovuto alla mia presenza in questa vita. Penso che non sono io a volere questa vita fatta così perché io non sono senza la mia vita é lei che decide.
Sapeva già, prima che nascessi, quali sarebbero stati i miei gesti e perché proprio quelli.
Quando mi capita di chiudere gli occhi, in piedi dietro il mio bancone di oste, intanto che il locale si anima di gente che cerca solo di nascondersi, proprio in quel momento, vedo che nella penombra delle mie palpebre si stampano delle immagini in silhouette che rimangono lì per un po' e poi svaniscono come il ricordo di qualcuno che non c'è più.
Mi piace credere che ricomincerò da qualche parte senza più serrare gli occhi, senza ombre come negativo di una foto mai scattata.
Mi piace credere che in fondo non serve molto per stare qui, dietro a questo bancone, non servono le tazzine e i cucchiai, la gente che li usa e i soldi che ti pagano.
Credo che basti solo respirare piano e lasciarsi perdere.

mercoledì 14 agosto 2013

Un incontro

Qui le persone passano, qualcuna si ferma per un po', qualcuna parla con me molti pensano ai fatti propri. Quasi tutti hanno una ragione per entrare, fosse anche solo bere un caffè.
Ma a volte accade che qualcuno che non ti aspetti, entra, non dice niente, non cerca niente ma lascia la sua presenza nell'aria per molto tempo.
Quando l'ho vista entrare che guardava intorno un po' sperduta, ho creduto stesse cercando qualcuno, o che stesse allontanandosi da qualcosa. Ma non passava indifferente, i suoi occhi erano avidi, piccoli e socchiusi, si guardavano intorno ma sembrava non cercassero nulla, solo guardassero per assorbire quella luce che a quell'ora nella mia Osteria si viene a creare tra la porta d'ingresso e il bancone del bar. E' una luce polverosa, a ventaglio, che traccia una via tra il fuori e il dentro, come fosse una guida superiore che indica una via.
Lei è rimasta qualche minuto ferma dentro a questa luce che le illuminava i bordi delle braccia, lunghe e sottili, appena scostate dal tronco, leggero e ossuto dentro a una camicia di cotone bianca, leggermente aperta sul collo che lasciava immaginare un seno piccolo e coerente, intimo.
E' rimasta così qualche minuto. Poi ha fatto ancora due passi avanti, mi è venuta vicino e ho capito quegli occhi castani così profondi che volevano raccontare tutto di sé.
Mi è venuto spontaneo chiederglielo :
" Sembra lei abbia un dolore, da qualche parte."
Lei mi ha guardato, ha girato la testa un po' a destra, un po' a sinistra per sfuggire lo sguardo e i miei occhi, lasciando vedere i tendini del collo che mostravano la loro forza. Poi con un sospiro e con lo sguardo che per un attimo è rimasto nel mio sguardo, mi ha risposto:
" Tutti abbiamo un dolore, da qualche parte".
Mi ha sfiorato la mano che tenevo sul banco con la sua mano lunga e definita, ha disteso le sue labbra in un sorriso e socchiuso gli occhi, poi è rientrata, voltandomi le spalle, nel ventaglio di luce e polvere ed è uscita, leggera, come era entrata.
Non so, forse ritornerà.