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lunedì 28 ottobre 2013

L'armonia di un attimo

Scendevano precarie sui loro tacchi appuntiti lungo la mattonata. Guardavano fissi i piedi nel loro muoversi uno dopo l'altro. Non c'è equilibrio in quelle condizioni! Ma quel tacco appuntito è obbligatorio se indossi certi tailleurs, perchè quel tacco permette di creare armonia tra i piedi e la conciatura. Non c'è armonia senza tacco che slancia, su certi tailleurs. E queste signore imbellettate, che scendono adesso la stradina mattonata del palazzo nobiliare per entrare in un luogo sotterraneo dove è previsto un non si sa bene quale evento mondano, sanno che, nella sofferenza di quei passi cortissimi lungo la discesa mattonata, è racchiuso il senso stesso del loro essere. Bisogna lottare per stare in armonia con ciò che ci sta intorno, credo non si possa farne a meno. E per permettersela, l'armonia va continuamente sfidata, presa di petto, digrignando i denti all'occorrenza.
Le signore camminavano sulle punte, a tratti si vedevano i talloni saltare fuori dalla scarpa con il tacco appuntito. Lo sforzo per non cadere era tanto; penso alle dita dei piedi dentro a quelle scarpe lucide, qualcuna rossa, qualcuna marrone, qualcun'altra verde; credo si siano comportate egregiamente, si siano irrigidite al limite delle loro possibilità e abbiano obbedito a un comando lontano che le obbligava a farsi roccia e radice per fissarsi al suolo, anche se costrette tra pelli pregiate e cuoi poco utilizzati. Ho avuto pietà per quei piccoli ossicini così poco ricordati durante lo scorrere della vita, tenuti lontani dai discorsi per bene, osteggiati nel ruolo scomodo di nascosta parte innominabile di noi.
Le signore imbellettate, nella loro armoniosa composizione visiva, poi son giunte in fondo alla stradina. I talloni sono rientrati nelle loro sedi, la testa ha ripreso il portamento innalzato al supremo, le braccia hanno smesso di contrarsi con i gomiti lungo i fianchi, le mani erano libere e non stringevano più all'unisono le maniglie della borsetta, i capelli sembravano poggiarsi noncuranti sulle preziose teste. I tailleurs avevano ridisegnato alla perfezione l'immagine di ciò che ci si aspettava di dover vedere, tutto era rientrato, come dopo un allarme, una rappresaglia.
Le falangi delle ossa dei piedi, finalmente, potevano ritornare nel loro silenzioso ruolo di portatore di equilibrio così che l'armonia complessiva non potesse venir meno.
Poco lontano un'orchestrina gitana suonava un valzer e alcuni giovani operai di un cantiere lì vicino, fermavano alcune ragazze per invitarle a un ballo.
La piazza riprendeva a vivere.

venerdì 4 ottobre 2013

Opinioni al bar

L'omologazione è il mezzo per rendere silenti le masse. Datele un modello da invidiare e le porterete dove vorrete, ripetete continuamente come un mantra le virtù di quel modello e non potranno più farne a meno. Ci sono scuole di pensiero in questo senso che sfornano in continuazione soldati che potranno diventare generali come i quasi sempre e solo i preti diventano papi: razze prescelte.
Il modello che ci ha omologati si chiama consumismo e quello che ci sta per omologare è l'indifferenza.
Quando, sino alla seconda guerra mondiale, il calmiere agli eccessi, produttivi o filosofici, erano le guerre, anche nei paesi come il nostro, ciclicamente si poteva far ripartire da zero intere generazioni, fino alla guerra successiva, all'ennesima ricostruzione.
La fine delle guerre in casa nostra ha creato molto disagio pratico perché avere popolazioni che crescono prospere, in pace, in serenità, rallenta l'economia; parlo di quella reale, parlo di quella per la sopravvivenza. Il benessere soddisfa i bisogni primari e nell'ottica di "business", questo è un problema perché anche i guadagni e gli arricchimenti di pochi, calano. E allora sotto con bisogni succedanei, secondari, virtuali, superflui. Tutti mercati nuovi, per carità, lavoro nuovo per frotte di uomini e donne, vita che prosegue, soluzione di molti disagi. Come non riconoscere tutto questo?
Personalmente contesto la misura delle cose, l'ingordigia mascherata da libero mercato che fa produrre la ventesima marca dello stesso tonno in scatola, l'ennesimo modello di scarpe da jogging prodotte da forza lavoro terzomondista, l'ennesima auto a benzina o diesel.
Scuole manageriali come la Bocconi sfornano truppe di futuri manager allineati al concetto basico e ineludibile che un costo va rimosso, si tratti di persona o cosa, è l'utile, il guadagno sempre maggiore è il solo parametro possibile cui tendere. E lo stanno facendo senza pietà, sulla pelle della gente. Top manager di multinazionali continuano a essere liquidati con buone uscite a sei zeri. E poi ricominceranno altrove, tra loro funziona così. Credo che tutta questa presunta crisi che stiamo attraversando, sia un processo ben congeniato per azzerare un sistema consolidato e ricominciare da capo, una guerra senza spari, molto più sottile.
In questo quadro, in questo vortice, sta avendo il sopravvento l'informazione, la velocità di comunicazione,  come usa e getta continuo, che confonde ancora di più le idee di molti. Non potendo creare nuovi modelli di scarpe ci si preoccupa che monti l'indifferenza della gente, il suo essere sopita dagli eventi, la sua impossibilità a uscire dalla quantità di debiti cui si è fatta trascinare negli anni al prezzo del silenzio e della subordinazione.
Questi ultimi trent'anni sono stati decisamente vorticosi, hanno omologato la nostra vita verso un'altezza tale che adesso ci si accorge delle vertigini e della mancanza delle scale antincendio per scendere giù, a terra, al sicuro.  L'immagine di chi si lanciava nel vuoto dalle torri gemelle in fiamme, il 11 Settembre 2001, mi sembra calzi alla perfezione.
Ripensiamo case più basse ma confortevoli.