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venerdì 27 settembre 2013

L'affitto della libertà

Il proprietario di questo locale mi ha chiesto l'aumento dell'affitto. Mi ha chiesto il doppio. Il doppio, le quattrocento euro mensili vuole che diventino ottocento, così, come se niente fosse. Il mio locale non è in centro, non vive sul passaggio dei turisti, ma sulla costanza dei residenti, sulla loro abitudine a venire dentro almeno una volta al giorno, per un caffè o poco altro. Questo locale è aperto dal 1974, l'ho spesso restaurato io, ho sempre pagato puntuale e il poco che avanza mi consente di vivere.
Ora mi raddoppia l'affitto, come se non mi conoscesse, come uno qualunque. E in nome di che, poi?
Il proprietario di questo locale è proprietario di tanti altri locali e di moltissimi appartamenti nel centro della città, la sua dinastia risale ai tempi della Repubblica, quella cosiddetta aurea, quando commercianti senza scrupoli come loro, finanziavano a tassi inauditi spedizioni oltre mare per guerre di religione in terre arabe.
Il proprietario vive sottotraccia, veste dimesso, non ti guarda negli occhi quando ti parla e gli occhi sono piccole fessure serrate alla luce.
Dice che la crisi mangia le rendite. E dice anche che commercianti cinesi sono disposti a offrire più del doppio e che mi sta favorendo.
Il proprietario è lo stesso che durante le prime migrazioni marocchine, affittava tuguri senza servizi, nel centro storico, in nero e a prezzi fuori mercato e ricattatori.
Però, il proprietario, la sua famiglia, la sua dinastia, ha anche delle vie dedicate, palazzi tutelati dall'UNESCO che ora affitta a peso d'oro; e questo proprietario, così come pochi altri come lui, gode della rispettabilità che si conviene a un nobile, si perché pure titoli nobiliari ha. E da noi i nobili, i ciarlatani e i furbi se non vanno al Governo quanto meno decidono le sorti quotidiane della gente normale e nulla si può contro di essi, protetti " dal clero o dallo stato" per dirla come Guccini.
E a noi che rimane? Che rimane della nostra vita? Delle nostre coerenze?
A noi che resta da fare? Andare o restare? Finire ai margini o lottare?
E ad Attilio, Mario, alla signora Pina a tutti quelli che prima della partita alla domenica vengono a prendere da me il caffè con la sambuca, perché porta bene, dicono loro, a loro che resterà? Quale altro saccheggio alle abitudini dovranno sopportare in nome dell'Economia?
Forse tra poco piove, sembra autunno ma odora d'estate.
In televisione dicono che il Governo cadrà perché i parlamentari che hanno come capo partito un condannato, pretendono che questi sia graziato in nome di non si sa che; e se non accadrà si dimetteranno tutti facendo così cadere un governo.
E a noi, noi, le persone, che resta di tutto ciò?
Bicchieri di vino e caffè freddi?
Incazziamoci, perdio.

martedì 10 settembre 2013

Le valigie

Non riesco a rimanere indifferente nel vedere qualcuno con una valigia.
Mi succede sempre, come se quella vista avesse a che fare con me, come se dentro quella valigia ci fossi io, ne fossi l'impugnatura in pelle o le ruote del trolley.
Valigie che quando sono posate a terra e colui che le conduce le tiene accostate alle gambe, mi fanno sentire la fatica di quel peso e provo a immaginarne la storia.
Penso che una valigia necessiti di tempo e di gesti accurati, credo che quei gesti non siano sempre involontari o ripetuti meccanicamente e sono certo che ogni indumento al suo interno, debba per forza avere la forza di un racconto viscerale. I calzini che vengono sistemati in una tasca laterale, sono stati pensati per quel viaggio e così i pantaloni accuratamente riposti perché non lascino pieghe a cui non si saprà trovare rimedio una volta fatti uscire da lì, perché nel luogo di destinazione non si avranno il proprio ferro da stiro rimasto a casa o le grucce adatte per appenderli.
In quelle valigie ci sono disegnati i volti dei loro conduttori.
Quando sono grandi e ingombranti anche i conduttori sono grandi e ingombranti, affannati nello sforzo di trascinare tutta quella storia; perché dentro le valigie viaggia la storia del conduttore.
Ci sono valigie che non ritorneranno più nella casa da cui sono partite e indumenti che troveranno altre collocazioni. Ce ne sono altre che con fare civettuolo ti raccontano, nel loro piccolo ingombro, di passaggi scanzonati da un posto all'altro dove non servono la storia e le scorte per il tempo che verrà, ma soltanto necessità per un momento rapido e fugace che consenta di non staccarsi mai dalla realtà ma solo di allontanarcisi per un poco.
Ci sono conduttori con gli occhi spenti seduti sopra di esse, con la testa tra le mani e la loro storia sotto il loro culo. Una storia che li ha scacciati da una parte all'altra, senza un progetto, una speranza immediata: valigie gonfie di lacrime.
I conduttori di valigie prendono la forma della loro valigia, rotolano con essa come un carro gitano per le vie del mondo,
Non riesco a non guardarlo, seduto al tavolo due metri da me, con la valigia di plastica dura appoggiata alla sedia, dal lato verso il muro, per non ostacolare il passaggio delle persone. E più lo guardo e più provo a immaginare cosa i suoi occhi riescono a vedere in quel momento, cosa lo abbia portato così a un passo da me, con la camicia sudata sotto una giacca striminzita che sembra non volerne sapere di stargli addosso. Forse avrebbe preferito trovare posto dentro la valigia, dentro a quel mondo nel quale crediamo di essere salvati e protetti ma che, invece, è solo un mondo che si sposta da una parte a un'altra, si svuota e si riappropria di spazi in nuovi cassetti e armadi, in differenti profumi, sempre pronto a farsi indossare dal conduttore che di quel mondo, molto spesso, conosce il solo il volume interno della valigia che lo contiene.