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domenica 23 dicembre 2012

Quelle parole e il libro

I passi sul pavimento in legno, la poltrona che leggermente cigola appena ti ci siedi, la schiena che d'improvviso cerca di adattare i muscoli alla nuova situazione e i muscoli che hanno come una decontrazione, si allungano, e si fanno sentire fin dentro al collo e la nuca ha un sussulto quasi volesse abbandonarsi al centro delle spalle.
Con una pressione della schiena sullo schienale questo si abbassa quasi parallelamente al pavimento e le gambe possono allungarsi anch'esse. Il libro è poggiato a terra, sul legno del pavimento, alla sinistra, e con un'altro, forse ultimo, piccolo sforzo di torsione, lo riesci a prendere con la punta delle dita della mano sinistra senza neppure guardare, solo con il tatto. Con la destra afferri la coperta di lana intrecciata appoggiata al bracciolo, ricordo e dono di una nonna e di un lavoro paziente di creazione da vecchie lane dismesse in famiglia. Come se dentro a quella nuova forma, nata da forme differenti, ci si potesse fare abbracciare da un lungo elenco di storie, di altra gente che memorizzi come parenti ma che erano semplicemente altre vite in altre epoche con probabilmente gli stessi pensieri e sogni e paure. La stendi su di te usando l'intera mano destra e spazi, limitati dal libro, della sinistra. Non dev'essere perfetta a coprirti, dev'esserci. E c'è.
Ci sei anche tu, c'è il libro con quel titolo e quell'autore. C'è il pavimento di legno le pareti dipinte di giallo, un trompe l'oil di una finestra con un paesaggio di pini che sembra andare oltre ai tuoi occhi e la realtà, c'è l'odore della stanza che ha dentro anche il tuo odore, c'è la stufa accesa, c'è la finestra, quella vera, alla tua destra, che hai chiuso con le persiane da poco perchè oltre a quei vetri, adesso, è solo buio, è notte, e tu, della notte, ricordi solo il buio. C'è la lampada accesa con la luce che basta per vedere e leggere.
Ora apri quel libro, senti il ruvido della carta, leggi la premessa, la dedica, leggi in quante copie è stato stampato e poi vai in fondo a vedere i ringraziamenti.
Ritorni alla copertina, sfogli due pagine e il primo capitolo è pronto con quelle parole che sono li, sono state lì, saranno lì e qualcuno ha pensato a quelle parole, proprio quelle, quelle che danno il via alla storia e non possono essere che quelle parole lì.
Le fissi, le leggi, cominci.

Buon tutto.
 
Illustrazione originale di Cinzia Ratto

martedì 18 dicembre 2012

Gratis

Gratis.
E già sentirlo nominare non mi piace.
Un conto è avere qualcosa in regalo, sai mi va di farti un regalo e tu sei contento perchè qualcuno ha pensato a te e magari ha pure indovinato qualcosa che ti piace.
Gratis.
Gratis vuol dire che non c'è prezzo, come se non esistesse o cadesse dal cielo. Cioè non sei stato da qualche parte, speso anche pochissimo, e preso qualcosa, qualcosa che sa di riconoscimento per chi te lo vende, per il suo lavoro, il suo impegno.
Gratis.
Gratis può essere un sorriso ma bisogna meritarselo. Un gesto generoso ma bisogna essere ricchi di cuore.
Gratis invece sembra essere diventato uno sport alla moda in questi tempi.
Vuoi lavorare per noi, non paghiamo però, sai, però per te può essere un bel modo di metterti in vista.
No, sai, la politica del nostro giornale non prevede compensi a chi collabora e tutti fanno così.
Vuoi andare a suonare in un locale? Vuoi esprimere un po' della tua arte? Vuoi appendere i tuoi quadri in giro? Gratis, che cacchio, ma ti pare con i tempi che corrono, con i costi che dobbiamo sobbarcarci...tu portami gente nel locale e poi vediamo, portami pubblicità, portami soldi e ti darò qualcosa.
Gratis.
Gratis e sii felice che almeno qualcosa fai, in fondo sei laureato, hai ventotto anni , insomma, dai!
Gratis è il prezzo del disastro.

mercoledì 12 dicembre 2012

L'oste torna

L'oste ritorna. Un po' di silenzio, un po' di sguardo sul mondo e un bel po' di parole lasciate a maturare.
Le parole non si devono sprecare e di parole ce n'è per tutti.
Le parole lasciano il segno e se non raccontano qualcosa di vago o inventato, possono anche fare la differenza tra impegnare del tempo per qualcosa che possa far crescere o rimanere nel mucchio a bocca aperta aspettando il colpo di scena che ci tranquillizza.
Comunque, sento in giro e qui tra i tavoli del locale, che c'è molta gente che non ce la fa più a tenere la testa bassa, a strisciare, a fare finta che tutto vada per il meglio. La chiamano crisi e secondo me non è ancora arrivata per davvero.
Certo che adesso è difficile avere tutto così facilmente come poco tempo fa.
E sento dire che i soldi non bastano più, che il lavoro non c'è più e che i pochi lavori che vengono offerti sono spesso dei prendere o lasciare di feudataria memoria.
Beh, non so.
Qui tiro avanti con poco e me lo faccio bastare.
Ma quanto si fanno bastare le cose? E poi, cosa serve davvero.
Sento dire " Ma io che ci faccio in un mondo di merda come questo?" E penso, ma sarà mica che qualcuno sa di sapere per davvero qualcosa che gli altri non sanno?
Ora che c'è un po' di difficoltà, mi sembra di essere ritornato a quando ero un bambino dove ciascuno abitava un suo habitat sociale: i poveri, i ricchi, i nobili, i ladri. Ciascuno nel suo e nessuno che s'immaginava neppure di passare da un habitat all'altro.
Sento dire in giro, quasi come un fatto ovvio, che se un povero trova due soldi, si compra subito la Ferrari.
Ma allora sta lì il trucco? Mettere soldi in tasca a chi non ne ha e dirgli " Consuma consuma consuma"
Che poi a me i termini come Consuma, Spendi, Butta via, Indebitati, a me quei termini mi hanno sempre fatto stare male, perchè, secondo me, non sono sinonimo di positività ma di dissipatezza.
Ma forse mi sbaglio, dal momento che la prima notizia al telegiornale, è sull'andamento delle piazze finanziarie.
Mah.