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giovedì 27 novembre 2014

Peo, c'è.

E dov'eri?, mi dice entrando.
Sono stato in giro, rispondo.
Il caffè?, dice superandomi e girando di fronte al banco, Il caffè lo fai ancora?
Certo, Peo. Te lo preparo. Che si dice da te?
Che si dice? Niente si dice. Quando hai vent'anni insegui a trenta ti fai prendere e a quaranta scappi, ti fai riprendere e a cinquanta scappi ancora. E non hai ancora capito che cazzo scappia a fare e perché resti.
Hai litigato con qualcuno?
Io? Figurati. Io non litigo mai. Io scappo.
Il caffè, Peo. Si fredda.

martedì 25 novembre 2014

La luce del buio

Sono tornato.
Ho chiuso il locale per un po'. Dovevo fare altro.
Cercarmi, per esempio.
Cercare qualcosa di me che non sapevo neppure d'avere.
 
Ho chiuso il locale, tirato già le serrande, coperto per bene la macchina del caffè,
messo le sedie rovesciate sopra i tavoli e oscurato i vetri. Ho anche staccato i frigoriferi,
le prese elettriche, l'erogazione dell'acqua, il gas. Ho pulito per bene tutti i pavimenti, il bagno, ho chiuso la porta dietro di me, mi sono voltato e sono andato via per un po'.
Senza voltarmi indietro.
 
In questo periodo sono cascato in un paio di buche, mi sono rotto la tela dei pantaloni all'altezza delle ginocchia, ho perso conoscenza per più di mezz'ora risvegliandomi in una stanza asettica d'ospedale dove mi è stato raccontato quel buio.
 
Non potevo credere d'aver vissuto così tanto nel buio.
In quel buio avevo solo il nero e il silenzio a fare parte di me, neppure come una compagnia.
Una compagnia l'avverti, magari la eviti, ma sai che c'è.
Quel buio è nulla, dormi e poi sei sveglio.
E' notte e prendi sonno.
Ma non fai sogni, non ti giri sotto le coperte, non hai lo stimolo di una minzione a infastidirti.
Non hai sussulti, spaventi, incubi o oppressioni: solo nero.
Tutto nero.
Un balzo di secondi.
E poi ti risvegli.
E qualcuno ti racconta di te, di cosa sei stato.
 
E tu avverti dolore, una ferita lancinante laggiù dove pensavi di non esserci neppure.
Ti rilasci sul pavimento, come un'infinita pisciata, come espellere il tuo quanto, il tuo dove, il tuo perché.
E lo vedi che si spande sul pavimento di casa e poi ti risale le caviglie e tu non pesi più, non hai più nessun baricentro, nessuno noto, almeno.
 
Ecco perché ora sono ritornato e ho riaperto la porta del bar.
 
Ho rigirato le seggiole inumidite e impolverate dai tavoli al pavimento.
Ho riattivato l'erogazione dell'acqua provocando sussulti nei tubi che credevo si dovessero spezzare da un momento all'altro. Ridato corrente elettrica, aperto la manopola generale del gas.
Ho acceso la macchina del caffè: funziona.
Ho tirato lo sciacquone del bagno e aperta la piccola finestra che da nel cortile per togliere l'odore di umido misto a fogna.
Ho riaperto le finestre, spalancate, fatto entrare l'aria.
Ho indossato il grembiule nero, mi sono acceso un toscano e mi  seduto sul gradino d'ingresso.
Attendo e non penso.
Qualcuno arriverà.