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giovedì 31 dicembre 2015

Un destino annotato

Vedo tanta felicità in molti volti che transitano di fronte all'osteria e in qualcuno che di tanto in tanto decide di entrare per una sosta.
La felicità può essere contagiosa, a volte.
La felicità può essere letale, a volte.
Un po' come fare dei figli, innamorarsi, camminare sul ciglio di una montagna, nuotare al largo, sorridere in una foto con i parenti.
Bisogna avere una certa predisposizione naturale e una leggerezza invidiabile o più semplicemente non porsi troppe domande.
Credo si nasca con determinati talenti che prima o poi necessitano di emergere, al di là delle regole fissate dalla società.
Credo sia indispensabile riconoscere le proprie caratteristiche e non temerle.
Da dietro questo bancone ho spesso la sensazione di essere spettatore delle vite altrui al punto di non saperne alcuna mia.
Da qui, tante vite, e le loro storie, transitano per un po' per poi sparire. Ogni tanto a qualcuna di queste vite ti ci affezioni e le vorresti egoisticamente sempre lì con te, per il tuo bisogno di osservazione.
Ma ciascuno ha un destino, il suo.
E ogni destino si determina come può e sa.
Non sono certo che tutti siamo predisposti ai medesimi destini formali.
Credo che ci siano persone adatte a far figli, altre adatte a non farle, altre ancora a essere spudoratamente felici e altre no.
E ciascuno trae il meglio da sé, porta qualcosa all'altro.
Per quanto mi riguarda, porto l'ascolto, forse. 
Una certa malcelata attenzione e una forte inquietudine per i destini altrui.
Il mio destino è osservare e annotare, una specie di amanuensis che fissa il suo tempo e le sue contraddizioni, correndo il rischio di vivere felicità inconsuete.
La gente mi riguarda, il mio silenzio mi riguarda, i loro gesti mi riguardano.
E annoto.
E vado oltre. 
E riempio un bicchiere che un altro berrà, in cambio di un prezzo.

domenica 13 settembre 2015

Tempo sospeso

Il tempo sospeso è una mia invenzione.
Quando ho avviato questa osteria, in questi locali, precedentemente, costruivano sospensori.
Si, proprio quelli usati da alcuni sportivi per tutelare i testicoli da probabili urti, tipo i portieri di calcio o pallamano, pugili e anche per chi ha problemi di natura andrologica.
Insomma, non sapevo.
Non sapevo dare un nome a questa attività per me molto nuova. Così l'idea della sospensione mi è sembrata adatta.
Tempus fugit, lo si capisce invecchiando, soprattutto di fronte allo specchio.
Ma nella testa no, proprio no.
Nella testa, se ti concentri, puoi addirittura annusare certi profumi che hai annusato un'infinità di anni prima, ricordare il rumore che faceva quel motocarro buffo a tre ruote che non era un Ape Piaggio ma una marca che non ho mai saputo, ma di cui ricordi il picchiare forte dei pistoni e il volante parallelo al parabrezza così dritto, senza inclinature.
Puoi ricordare quella particolare sensazione la prima volta che una mano altrui ti frugava nelle mutande con una perizia che adesso pare maldestra.
Nella testa il tempo non fugge e neppure accelera in avanti. In avanti impari a non guardare troppo: ti sei già fatto troppe volte male a guardare troppo oltre.
Resti fermo al posto, in sospensione, appunto; pronto a scattare o guardare indietro, ma ben cosciente di trovarti esattamente in quel posto in quel preciso momento.
E impari a comprenderlo quel preciso momento, impari a viverlo per ciò che quel momento ti offre, per il sapore che ha.
Per memorizzarlo.
Tra qualche nuovo tempo fuggito, questo preciso momento avrà esattamente questo profumo, quest'intensità e allora, dietro ai tuoi occhi lacrimosi per la cataratta, con quei profumi e quegli istanti, eviterai gli specchi, ignorerai la schiena ricurva e una statura fisica che non è più la tua;  così, come se nulla fosse, con un sorriso, farai ciao a tutto, sapendo che altro ha preso il posto di te allo specchio ma non nel tuo spirito.

lunedì 1 giugno 2015

Dopo le 19

 
E' passato un tizio.
Mi ha domandato da quanto tempo sono in questo locale, la mia Osteria.
Non ricordo, gli ho detto, un po' comunque.
Mi ha detto che vorrebbe organizzare un incontro con delle persone, presentare un libro o un disco o non so bene cosa; dice che è un luogo che si presta.
Per me va bene, gli ho detto, purché alle 19 siate tutti fuori perché chiudo, a quell'ora chiudo e faccio altro.
Così presto? mi dice. Pensavamo di fare tutta la serata, potrebbe preparare cocktails, aperitivi o ciò che crede, potrebbe incassare un bel po'.
Ma perché?
Perché dovrei incassare un bel po' in più? Mica è tutto soldi e incasso, costa far soldi.
A me piace andare a casa e fare altro dopo le 19; dopo le 19 sono stanco e quella camminata per arrivare a casa è il solo momento, insieme al percorso al contrario del mattino, che veramente mi appartiene.
Tanti pensano che l'appartenenza a qualcuno o qualcosa sia il sale della vita.
Magari hanno ragione, chissà.
Quanto tempo è che non appartengo a qualcosa o qualcuno che non sia quel bancone e quelle figure che si muovono al di là con un bicchiere e la moneta per pagarlo o la strada per arrivarci?
In fondo siamo artefici del nostro destino e facciamo in modo che questo si manifesti anche se non sappiamo riconoscerlo quando ci dà dei segnali perché siamo altrove o stiamo vivendo un destino che non è il nostro anche se lo crediamo tale.
Ammiro molto chi sa riconoscerlo e lo lascia vivere, il proprio destino.
Ci va coraggio, bisogna non avere paura e lasciarsi portare.
Portare, lasciarsi portare, metterci la faccia, metterci impegno.
Alle 19 chiudo e mi faccio portare lungo quel marciapiede verso quel qualcosa che chiamo casa e che forse è solo mura e aria che penso casa.
Alle 19, io chiudo mentre il tizio vorrebbe andare oltre.
Qual è il destino corretto?
 


martedì 26 maggio 2015

Ascoltare il silenzio

Gli affari in Osteria vanno così così.
Non perché non passi gente, anzi, ma perché spendono un po' meno.
Tanti hanno perso il lavoro, altri non hanno visto aumentare lo stipendio, altri ancora hanno figli che non trovano lavoro e li devono mantenere a lungo.
Molto fa anche la noia.
La noia di sentire di continuo questo fastidioso lamento, percepire il disagio di molti e l'instabilità che pare essere diventata la forma più comune di regolarità.
Tasse, imposte, fatture, quelle le devo comunque onorare ma se non voglio suicidarmi economicamente, devo a mia volta rinunciare e ridurre qualcosa.
Ma questi, sono discorsi noiosi.
Ciò che invece non è noioso, almeno per me, è avere questo privilegio dell'osservazione e dell'ascolto.
Poter stare lì per ore intere a osservare ciò che mi accade intorno, sentire qualche discorso più o meno campato per l'aria o semplicemente galleggiare dentro ai silenzi in cui ciascuno si chiude; galleggiare rimanendo ancorato alla bitta del molo, come barca ormeggiata.
Perché ciascuno cerca costantemente il proprio silenzio e talvolta lo trova, magari in luoghi e situazioni inaspettate, come per esempio rimanendo appoggiato con la schiena al bancone dell'Osteria, dandomi le spalle con la scusa di guardare fuori dai vetri chi passa.
Entrambi attraversiamo qualcosa; io le sue spalle, e i suoi occhi il vetro della finestra, fino a che, in un certo punto al di là del vetro, il mio sguardo e il suo s'uniscono in unico guardare, che, come una telecamera fissa su una via, registra ogni movimento o nessun movimento che a ben vedere è un buon motivo di osservazione pure lui.
E in quel crocevia, in quell'assemblea di sguardi, c'è il silenzio, c'è quel momento intimo e spolpato di tutto, che è l'essere collegati a un filo invisibile lontano da noi, corpi immobili e lontani al di qua e al di là del banco.
Questo a me dà gioia, e senso alla giornata.
E se qualcuno, in quel momento, mi ordina un bianco o un fernet, è come se mi spaccasse in due la fune che tiene insieme il molo e la sua imbarcazione, lasciandomi il galleggio che muove lo stomaco.
Gli affari vanno così così: troppe interruzioni.
 

mercoledì 4 febbraio 2015

L'attesa della neve

Niente ti salva se non vuoi essere salvato, nulla ti serve se non lo vuoi usare.
Dicono che nevicherà. Fa abbastanza freddo, infatti.
Non c'è molta gente oggi in Osteria.
Ho tutto pronto, in attesa; la macchina del caffè accesa, le bottiglie di vino stappate e ritappate con un tappo di sughero più piccolo. Ho indosso il mio grembiule nero a salopette con la pubblicità di una marca di formaggi, un pile blu a collo alto un po' sdrucito ma che tiene caldo, dei jeans stropicciati e le scarpe da inverno ai piedi con le calze da alta montagna, neppure dovessi partire per una traversata alpina.
Ho le mani fredde.
Però esco spesso fuori dal locale e guardo in su con quella speranza di vedere il primo fiocco cadere.
Potrei anche stare dentro dove fa un po' più caldo, pensare di riordinare o pulire ancora una volta il bancone, gli scaffali con le patatine fritte con il nome di un santo, passare la scopa sul pavimento.
Invece, esco fuori, come se fosse estate e guardo su, in attesa di quel primo fiocco.
Dal palazzo di fronte, dietro un vetro di una finestra chiusa, c'è una signora, più anziana di me, che guarda anch'essa fuori.
Ogni tanto i nostri sguardi s'incrociano e poi fuggono veloci.
Credo sia in corso una sfida a chi incrocia prima il fiocco.
Indossa un abito che la fa sembrare più grassa, la vedo solo dalla vita in su.
Immagino stia indossando anche lei qualcosa che le da la sensazione di caldo e di protettivo, e provo a immaginare i suoi pensieri.
Che forse sono simili ai miei.
Pensieri immobili su un paesaggio incerto, in attesa di qualcosa che rompa l'apatia.
Dicono nevicherà, ma al momento c'è solo un gran grigio chiaro che sembra solo prometterlo.
Ho le mani fredde.
Qualcuno mi domanda un caffè.
Rientro.
Spero non arrivi adesso il primo fiocco: avrebbe vinto lei.

giovedì 29 gennaio 2015

L'orso

Un tempo non lontano, non avevo quest'osteria.
Facevo altro, ero un altro. Avevo una casa, dei soldi, molti soldi, degli amici, molti amici, pacche sulle spalle e la certezza di essere dalla parte del giusto, sempre e comunque.
Pagavo le tasse, risparmiavo, facevo vacanze e ogni giorno acquistavo il giornale che neppure aprivo, ne leggevo a mala pena i titoli, la pagina della mia squadra di calcio e lo lasciavo ad ingiallire al sole sul sedile della mia auto di grande cilindrata.
Potevo fare quasi tutto, anche sperperare denaro, sbagliare un acquisto, pagare una multa salata.
Nulla mi sarebbe potuto accadere.
Nulla.
E da lì vedevo qualcuno dormire sui marciapiede e ne provavo compassione, giusto il tempo di superarlo e andare oltre.
Sentivo dei disagi di amici con molti figli e poche entrate ed ero certo di capirne la fatica, ma andavo oltre, passato il lamento restava il silenzio.
Un silenzio consolatorio, tranquillizzante, che fa dormire, da solo o in compagnia di qualcuno.
Dormi e passa.
Un altro giorno che sembra lungo e monotono, che passa e tu con lui.
Finche non accade che l'orso temuto bussa alla tua porta, con il suo pelo freddo e le unghie affilate, entra e ti porta via con sé.
In un giorno o una settimana o chissà, l'orso, quella paura che chiamavo orso, è arrivata per me.
Mi ha spogliato di tutto, della certezza, dei denari, delle auto, degli amici sorridenti e complici.
Ha lasciato che restassi a guardare quell'umanità dormire sul marciapiede, mi ha consentito di riuscire a guardarla negli occhi, alla stessa altezza, senza giudizio.
Ho sentito il freddo delle scarpe sbagliate perché solo quelle a disposizione.
Quest'osteria non mi rende sereno e forse libero.
Mi rende ricco perché ho scoperto il valore del poco o del nulla.
Mi rende ricco e di questa ricchezza non so che fare se tenuta solo per me: va spesa, distribuita.
Quest'osteria è il solo sogno possibile.
Questi tavoli, le bottiglie, la gente che entra e va, un mondo che ancora mi domando perché non ho mai abitato prima.
Semmai sentiste un rumore nelle scale, tranquilli, forse è l'orso che viene a prendervi.
Accettatelo: è un amico.



giovedì 15 gennaio 2015

Quelli basiti

Su Peo so di poter contare.
Persino sul gatto tigrato e panciuto che si siede sul davanzale della finestrella che da sulla strada.
Posso contare sulle mie gambe e sulla voglia di farmi tenere su da esse.
Posso contare e cercare di credere in ciò che sono e che faccio.
Talvolta si fanno cose che molti, poi ,ti guardano così, come se avessero visto qualcosa che li impressiona a tal punto da restare a bocca socchiusa.
Molte di queste cose le ho già fatte e le ho sempre riscosse in qualche maniera, ma non ho lasciato debiti verso nessuno, forse, si , qualcuno verso di me.
Certe cose che si fanno, quelle che chi ti guarda resta basito, ogni tanto ti si ritorcono contro, almeno per un po'di tempo, fintanto, almeno, che non ti rassegni al fatto che ormai sono andate e che tornare indietro per correggerle è impossibile.
Puoi solo provare a stare zitto se, qualcuno di quelli basiti, te ne chiede spiegazione oppure tentare delle teorie riparatorie a cui nemmeno credi ma che usi per proteggerti.
Quelli che si basiscono sono, tante volte, quelli che si complimentano quando fai cose che loro sanno fare meglio.
Si complimentano perché non si sentono aggrediti nelle loro sicurezze.
Si complimentano perché pensano tu non potrai mai esser loro concorrente.
Ma quando non capiscono, si basiscono.
Restano lì e attendono.
Attendono tu faccia un passo sbagliato per poterti dire " Te l'avevo detto!" e tornare così dentro le loro sicurezze senza rischiare di rimanere contagiati da uno che fa cose così, che poi uno rimane basito.
Su Peo posso contare. E anche sul gatto.
Non si basiscono, solo di tanto in tanto si stirano e si grattano le palle.

martedì 6 gennaio 2015

Al di qua del vetro

I punti di vista mutano così come quelli di visione e quelli cardinali.
Ciascuno si pone in una qualche direzione, prova la sua via, tutt'al più, modifica la sua rotta.
Un vetro, tipo quelli che ho qui alle finestre, è sempre un vetro comunque tu lo guardi, ma ciò che vedi oltre cambia a seconda dalla parte in cui stai.
Stando al di qua del vetro, vedo fuori una moltitudine che si muove, facce, occhi, momenti frenetici e altri rilassati. Pance, storpiature, calvizie o cumulo di peli; ogni cosa ha una sua dimensione, transita, qualcuno s'affaccia, altri ancora passano al di qua, ordinano, consumano, provano qualche parola, poi ritornano al di là, nella moltitudine.
Ogni tanto esco, mi metto al di là del vetro, e guardo al di qua, dentro, per capire chi passa cosa vede e se vede qualcosa.
E scopro che talvolta il riflesso che arriva da fuori sbatte sul vetro e impedisce l'osservazione del di dentro.
Altre volte no, è tutto molto limpido: spesso la sera, quando le luci calano d'intensità.
Al di qua e al di là.
In sostanza sono piccoli passi tra dentro e fuori a fare la differenza e ancor di più la posizione degli occhi , socchiusi o bene aperti.
Al di qua, sento un gran vuoto.
Al di là un gran chiasso.
E io, qui sulla soglia, a cercare l'equilibrio perfetto e scoprire che il solo equilibrio che c'è, è quello dato dal mio corpo eretto intanto che mi sposto.
Un po' come quelli lì, al di là del vetro, che corrono sempre verso qualcosa e mi domando perché lo fanno.
Chissà se a loro volta capiranno il mio star fermo.