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sabato 28 aprile 2012

Diversità convergenti


Gianni non regge il vino.
Luciano ha smesso di bere caffè da quando lo hanno scoperto tachicardico.
Efisio ha un buco in gola e parla poco, la macchinetta metallica lo avvilisce.
Silvano, Giorgio e Anselmo dicono di essere stufi della moglie almeno da venticinque anni.
Al contrario i ragazzi, quelli che passano molto tempo a scrivere sulle loro tastiere in orari mai definiti, non si sa bene da quale sortilegio siano colpiti; bevono capuccini, caffè, dei succhi per poi passare a birre e cocktail. Ma questi io non li preparo. Vanno di fronte, nel locale moderno.
 A quell'ora ho già chiuso, i cocktail e gli aperitivi con troppe mescole non fanno per me. Non li capisco e non ricordo le dosi. Preferisco chiudere e fare dell'altro. Per esempio camminare.
Camminare lentamente verso casa. Non ho mai fretta e dopo un po' la fretta è cattiva consigliera. Mi piace osservare ciò che accade in giro verso quelle ore che non sono più sera e assomigliano alla notte senza esserlo per davvero. Un orario per darsi un contenuto che tanti pensano di emulare leggendo libri di autori sconsacrati.
Il buio gioca strani scherzi e genera fenomeni diversamente individuabili di giorno.
Io cammino, altri ridono, altri ancora bevono a profusione. Qualcuno sta in silenzio al tavolo di casa  tra un primo, un secondo e un telefilm americano da seguire in silenzio.
A ben vedere, tutta questa voglia di parlare non c'è.
O forse c'è la voglia di essere lì, nel momento esatto che si crede di essere lì.
Buonanotte.

giovedì 26 aprile 2012

Ci si agita per nulla


Ci si agita per nulla.
A volte sono i gesti di qualcuno altre volte semplici parole. Altre volte piccole parole omesse o sottintese.
E ci si agita, si prendono posizioni di fuoco e si stilano commenti dei più feroci contro l'autore di gesti, spesso, involontari.
Salvo poi non scandalizzarsi o agitarsi per nulla quando tutto viene condito con i sapori al posto giusto ma con la volontà di colpire esattamente nel segno.
La politica,la finanza e l'imprenditoria da grandi numeri, ce lo insegnano ogni giorno.
A me piace pesare le parole ma con il tempo ho imparato anche a non pesare troppo i concetti soprattutto quando questi sono semplici ed espressi con parole semplici.
Ma tant'è...
Forse dovrò pesare di più parole difficili e concetti astratti.
Mi farà vendere qualche caffè in più?

lunedì 23 aprile 2012

L'orgoglio e l'appartenenza

Sapete cos'è l'orgoglio di appartenenza?
E' un po' come credere in un'ideologia e per essa essere disposti a tutto.
Nei tempi passati, da qui, passavano anche ex partigiani, persone anziane che hanno rischiato la propria gioventù, per un ideale. Quello di essere liberi di esprimersi, di scegliere, di volere. E tanti sono rimasti eterni vent'enni, fulminati da una raffica di mitragliatore o da sofferenze troppo grandi per sopravvivere.
Da qui sono passati e ho avuto la fortuna di poter parlare con loro, sentirne le storie, apprezzarne l'emozione.
Poi, ad uno ad uno, sono morti, scomparsi e con loro una fetta di memoria.
Cosa possiamo lasciare ai vent'enni di oggi?
Noi abbiamo solo raccolto la memoria e, nella stragrande maggioranza dei casi, di questa memoria ci siamo scordati o emendati.
Fa paura parlare di cose che non risuonano al bello.
Fa paura non asserire di star bene.
Fa paura schierarsi.
E allora lasciamo i nostri ragazzi, persi in una storia che non valorizzano e in un presente senza ideali.
Ragazzi che confondono bombe di Stato come quelle di Milano, Bologna, Brescia con le Brigate Rosse; che nelle storie della Resistenza vedono solo un passato tanto remoto da risultare noioso.
Che riconoscono un presente senza futuro ma non ne comprendono le ragioni.
Che furbo e potente sono la regola; che vale chi vince; che la sconfitta non può esistere e se esiste è senz'altro colpa di qualcuno.
La sola appartenenza possibile è la moda del momento o una precarietà diffusa.
Per me l'orgoglio di appartenenza è anche la mia squadra del cuore e la sua storia; sono i miei perduti ideali, sono il piacere di sentire parlare tutti i giorni qualcuno che ha ancora qualcosa da dire.
Ma sono anziano e non conta.
Come un bianco senza marca da una bottiglia anonima.

venerdì 20 aprile 2012

Esserci

Credo non mi stancherò mai di questo lavoro.
Non mi stancherò mai di sorprendermi della diversità delle persone, della loro differente predisposizione ad affrontare il mondo, dei nomi che cambiano e quando sono simili non somigliano i corpi che trasportano.
Entrano e mi salutano a volte senza neppure parlare, non serve.
Loro conoscono la strada per arrviare io quella per accogliere.
Sono amici? Si, anche.
Ma è qualcosa di molto diverso e molto di più.
Sono elementi compatibili alle mie mancanze. Ciascuno porta qualcosa che non ho o che manifesto in maniera differente.
Mi piace lo scrittore, con la sua divisa da scrittore, le sue parole mai a caso e quelle a caso sempre pertinenti.
Chi lavora con le parole ne è parte lui stesso.
Come chi insegue i sogni, chi parla a raffica per timore che l'eco di quello che sta dicendo lo possa spaventare.
Chi ride sempre nascondendo una ferita, chi lotta ogni minuto contro le ferite che continuamente si aprono nella sua pelle.
C'è il medico, il poliziotto, la libraia, l'impiegato, ciascuno con la sua storia e suoi retropensieri da scoprire.
E' questo che amo del mio lavoro.
Esserci.

mercoledì 18 aprile 2012

Non c'è più voglia di parlare di politica


Non c'è neppure più la voglia di discutere di politica.
Sino a qualche decina di anni fa, qua si facevano liti feroci tra comunisti e fascisti, tra cattolici e estremisti.
Fino a trent'anni fa esisteva così tanto schierarsi che per un certo punto il terrorismo sembrava quasi un fatto naturale, un'evoluzione dell'impossibilità di essere ascoltati.
C'erano le ideologie, gli ideali e poter appartenere a qualcosa; operai, impiegati, classe media, ricchi, poveri.
E tra le pieghe di questo discutere continuo, nascevano profili che partendo da un'ideologia cercavano un bene comune. Questo, soprattutto, dopo la seconda guerra.
Ne ho conosciuti tanti di loro, reduci, gente che aveva visto la morte, provato la fame e il fascismo.
Per un po' abbiamo vissuto con questo schierarsi, con questo appartenere.
Poi.
Poi ci hanno detto che siamo una nazione evoluta, ricca.  E lentamente ci hanno sfilato da sotto il sedere i nostri ideali in cambio di un benessere diffuso arrivabile, vivibile.
Hanno cominciato a dirci che il denaro aumenta nelle nostre tasche solo provando a giocare in Borsa!
Wow! La ricchezza improvvisa! L'incentivo ai debiti e sopra le nostre teste, sempre meno ideali, sempre meno figure dal passato, sempre meno buoni esempi.
Ci lamentiamo dei ladri e siamo i primi con l'istinto del furto, della furbata, dell'amicizia collusa.
Ci lamentiamo dei ladri quando non riusciamo a rubare noi per primi.
Un tempo la gente entrava nell'osteria e parlava. Adesso, beve, si guarda di traverso e va via.
Ma adesso è tornata la paura.
Non possiamo più fare furbate, non abbiamo più convenienze private, non possimo più spendere senza limite, cis tanno facendo consumare i risparmi per renderci più mansueti e siamo spaventati.
E allora ...dai alla caccia al colpevole! Dai alle grida dal basso!
Siamo come una nave che affonda...li per li , quando èo ra di mettere i salvagente, pensiamo sia un gioco e non lo allacciamo. Quando tocchiamo l'acqua fredda, gridiamo aiuto.
Non c'è più voglia di parlare di politica.
C'è voglia di acqua fredda.

martedì 17 aprile 2012

Salute!


Sono arrivati un po' alla volta. A due a due, uno solo, a gruppi di tre.
Un po' alla volta con calma.
Si sono dati appuntamento qui, nella sala del mio locale che improvvisamente si è animato, riempito fino al limite. Era parecchio che non vedevo tanta gente in una volta sola.
Subito erano un po' intimiditi, tra loro. Qualcuno chiedeva all'altro, ma ti ricordi di me?, e questo fingeva, dicendo si con un sorriso di facciata, confidando che i minuti a venire gli sbloccassero la memoria.
Tutti si abbracciavano.
Tutti erano li, si ritrovavano dopo trenta o forse più anni.
Ragazzi cresciuti un questo quartiere, che in questo locale hanno cominciato a parlare di loro, a soffrire, a sbagliare.
Perchè il proprio quartiere, il proprio paese, dove si è nati e cresciuti, per una ragione a me oscura, rimane attaccato come parietaria ai muri dell'anima.
Poi ci si mette il ricordo e gli anni trascorsi ad impreziosire tutto, a far scordare dolori e rabbie patite in quei tempi.
Hanno mangiato, bevuto, riso.
Hanno parlato, si sono appartati a due a due, a tre a tre. Qualcuno stava in disparte. Ma tutti avevano la stessa voce.
Tutti parlavano allo stesso modo.
Curiosa la vita che allinea sempre tutto ciò che sembra uscire di strada, che ti ricorda che c'è sempre un senso in ciò che si fa e che i ricordi non sono solo il pavimento dei depressi cronici, ma la ragione stessa per cui si guarda oltre.
Quando sono andati via, mi sono sentito un po' più solo.
Salute!

sabato 14 aprile 2012

Le invasioni


Il più delle volte, la vita ci sorpende.
Qualche volta anche troppo, spazzandoci via in un secondo quanto faticosamente raggiunto.
Spesso invece ti fa scoprire i dettagli che ti stanno attorno e a cui diamo sempre troppo poca importanza.
I dettagli sono importanti, nei rapporti con le persone e nell'equilibrio con se stessi.
 E sono oltretutto gratis; di facile utilizzzo e sempre a disposizione.
Stamattiva davo da mangiare ai gatti qui di fronte. Mi aspettano, sanno che a quell'ora arrivo con il solito ben di dio per tutti. Loro, da gatti veri, mi tengono a distanza e aspettano che mi allontano per mangiare. Un rito che si compie due volte al giorno sempre con le stesse dinamiche.
Da qualche giorno il rito si è arricchito di due nuovi ospiti. Due gabbiani molto grandi che puntuali come orologi svizzeri, scivolano giù dal cielo per partecipare al desco.
Uno rimane sul lampione di fronte al muro e da segnali gutturali molto precisi al socio che, lentamente, s'intrufola tra i gatti e con beccate precise si spazzola il contenuto di uno dei piatti. Poi si danno il cambio.
E i gatti...immobili.
Ieri mi sono domandato...ma un gatto...istintivamente...non dovrebbe allontanarlo, il pennuto?
Poi ne ho guardato un paio tra loro, grassi, indolenti, sazi. Ho guardato la tattica di guerra dei due tacchini vestiti da gabbiano e mi sono fatto l'idea che la troppa fame o il troppo agio sono strumenti perfetti per consentire le invasioni.
Me ne ricorderò alle prossime elezioni.

giovedì 12 aprile 2012

Ottocento metri


Capita di ripercorre vecchie strade dopo molto tempo.
Capita che una di queste sia stata la tua strada per molti anni, quelli della scuola, e quel tragitto di ottocento metri tra il portone d'ingresso e la fermata del pullman che riportava a casa, fosse il tuo vissuto quotidiano per cinque anni.
Poi capita che la vita ti trasporta come un pallone di bimbo, in giro, e tu quegli ottocento metri piano piano li vaporizzi con i ricordi.
Trovi nuovi percorsi, altri ottocento metri, altre routine.
Accade, però, che un giorno qualunque, un giovedì come tanti, ti ritrovi a passare negli ottocento metri persi nella memoria e per la prima volta fai caso a quanto intorno sia cambiato.
E' cambiato il modo di parlare, hanno chiuso alcuni negozi che erano caposaldo delle tue fantasie, come il prezioso negozio di abbigliamento sportivo, sulle cui vetrine fantasticavi gol in rovesciata nel "sette" favoriti da un modello di scarpe da calcio che non potevi permetterti.
Scarpe oggi considerate "vintage".
La latteria che vendeva i dolci alla panna che quando uscivi a mezzogiorno non resistevi dal comprare, non c'è più e non ci sono più le sue file umane sbavanti di fronte la vetrina.
Adesso c'è una ricevitoria per scommesse.
Il giornalaio è rimasto lo stesso ma ha il cartello giallo con "Vendesi" scritto sopra.
Le case sono le stesse.
La grande chiesa sulla piazza.
Il nome della piazza.
Quello è sempre uguale, ripulito, ristrutturato, ridipinto ma sempre lì da secoli.
E' allora che passeggiando i tuoi ottocentometri, acceleri il passo, sperando il tempo non t'inghiotta del tutto.

martedì 10 aprile 2012

Gente che rosica

Hai visto quello della casa di fronte?
Cosa dovrei aver visto?
Non fa più niente. E' sempre a casa, è sempre ben vestito, esce con la macchina. Ma non fa più niente.
Sarà in vacanza...avrà vinto alla lotteria...sai cosa m'importa.
E invece a me importa! Come puoi restare indifferente tu che lavori tutto il giorno e non guadagni niente?
Ma che ne sai cosa guadagno io! E poi a me va bene così. Se quello è felice così son felice anch'io.
A me rode!
Si vede.
Tutti devono fare qualcosa, avere un'attività. Non si può restare a non fare niente!
Che ne sai cosa fa? Magari fa più di te e me messi assieme. Piantala.
Me ne vado...non capisci un cazzo.
Grazie.

Il problema di molta gente è che finchè si tratta di compatirti o ottenere qualcosa da te, ti classifica tra le persone utili. Se fai qualcosa per te stesso e magari riesci pure ad essere felice, questo non poterti controllare, li fa stare male.
E ti odia.

domenica 8 aprile 2012

Il girovita

Quando le feste occupano le domeniche, secondo me siamo a credito di una domenica.
Infatti domani è pasquetta e il credito viene saldato.
C'è giustizia, quindi.
Strane ombre deambulano da me. La scusa è il caffè, la verità è la fuga dall'abbuffata con i parenti.
Non c'è niente da fare, abbiamo vizi ancenstrali che non ci toglieremo mai dal momento che continuiamo a chiamarle tradizioni, riti o altro.
La tradizione pagana di certi riti, un tempo era occasione reale di nutrimento suplettivo, ragione di accapparramento calorico in vista di mesi e mesi di scarsità alimentare.
Ovviamente della tradizione conserviamo solo quella dove si consuma. Domani si consumerà ancora e dopodomani ancora senza limiti, senza turbamento.
Vabbè..allora sei sempre contro tutto! In fondo è una festa, stare con gli amici!
Sono noioso?
Ebbè...un po'. Goditela, no?
Guardo il mio girovita e penso che ho perso anche quest'anno.
Buona pasqua.

venerdì 6 aprile 2012

Concomitanza


 CONCOMITANZA : Presenza simultanea di più elementi in un fatto o in un fenomeno.

Il nostro paese è curioso in questo senso. Spariscono soldi, vengono reinvestiti,e spariscono di nuovo tutto nel medesimo frangente. E uno a domandarsi come mai tutta questa velocità che non lascia traccia sull'asfalto.
Siano un paese che contemporaneamente ti fa mettere i soldi in banca ti dice di non farlo e te li toglie con la scusa dei sacrifici. Tutto contemporaneamente.
Ti dicono che manca il lavoro che bisogna licenziare perchè il lavoro ci sia.
E se una volta, la concomitanza, fosse dire ladro prendere il ladro e trattarlo come ladro.
Contemporaneamente.
Mah.

mercoledì 4 aprile 2012

L'emozione


L'emozione riguarda le budella. Le contorce, è come se denti provvisori e massicci si mettessero a masticare tutti assieme ciò che ci sta intorno riempendo le viscere di una tale quantità di aria, sale, profumi, rumori, da non poter far altro che contorcersi.
L'emozione mi racconta quello che di più intimo ho, i miei segreti più oscuri, mi commuove e mi lascia immobile come un sasso sulla spiaggia.
L'emozione sono frasi che non ti aspetti, dette in modo inaspettato da persone che non sai bene distinguere.
L'emozione è sedermi qui fuori, adesso che le giornate sono lunghe, e lasciarmi guidare dalle ombre che sempre più si raffreddano sull'asfalto del marciapiede e quest'aria che non so dire se fresca se umida se flaccida, mi avvolge come una coperta. E mi lascia lì a sentire quello che dentro chiede di uscire, di gridare.
Sono nell'aria e l'aria sono io.
Sono in silenzio nel brusio della sera.

martedì 3 aprile 2012

Vincenti e non.

Idealismo. Ideali. Ideologia.
Tutte variabili della stessa necessità, quella di avere un riferimento con cui confortarci, una movenza dalla quale prendere il proprio ritmo.
E' anche schierarsi.
Non restare a guardare passivamente e ancor meno soddisfare il più forte del momento in cambio di un benessere personale al netto dei pensieri.
Ma anche restare passivi è a suo modo un'ideologia, un modo di essere.
Allora che si fa?
Esiste il concetto di "giusto" assoluto? Non credo.
Ho ascoltato una canzone di una giovane cantautrice dire con enfasi " ...e sia chiaro che non sarò mai una perdente" e sono rimasto un po' frastornato.
Che significa?
Essere perdenti spaventa? E' per forza un dogma essere vincenti? E poi perchè?
Per dominare il prossimo, per guardarsi allo specchio fingendosi i migliori, per avere successo economico/sociale?
Sono cresciuto con ideali che hanno avuto partita persa ma non li rinnego.
Se ci dev'essere un vincente allora mi sta bene stare dalla parte del perdente, se perdente significa aver provato a giocarsela. A volte nulla si può contro avversari più forti ma onesti o avversari a te pari ma disonesti che usano qualunque mezzo per vincere.
Bene.
I secondi non si siederanno mai a questi tavoli.
 Ai primi offro da bere.
A quelli come me, un riparo.