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venerdì 29 giugno 2012

Un quarto di...

Mario, che cos'è vivere per te?
Un quarto di respiro, un quarto di pazienza, un quarto di decenza, un quarto di barbera.

Secondo Mario, con il quarto di pazienza si sopporta meglio e con decenza il respiro corto che ci accompagna finchè rimaniamo vivi.

La barbera è tutto il resto: amicizia, paura, compagnia,divertimento.

Apro presto la mattina solo per vederlo! Ci sono immagini, figure o persone, che funzionano come il metronomo per i batteristi.
Ieri sera c'è stata festa per le strade.
Non sono andato a casa subito come sempre. Mi sono fermato in piazza e mi sono seduto a prendere un po' di fresco sotto le palme. Quando le cose girano dalla parte dei vincitori, siamo tutti in prima fila, qui da noi!
Non nascondo sia un riflesso che m'infastidisce non poco.
Gente insospettabile, mediamente rinchiusa dietro silenzi imbarazzanti e complici, improvvisamente manifesta appartenenze, oggi calcistiche domani politiche o altro, purchè si tratti vittoria. La sconfitta è considerata smarcamento e critica, ostilità e barricate.

Mi sono seduto al fresco e ho aspettato. Il mare tirava su molta umidità per quanto mitigata da una leggera brezza.

Alla fine le strade si sono riempite come fosse finita la guerra. Allora sono tornato a casa con una domanda in testa: ciò che accadeva intorno a me era un quarto di respiro o un quarto di barbera?

Sempre vita è.

martedì 26 giugno 2012

Genova e i gatti

Qui da me i gatti si trovano bene.
E non solo perchè li sfamo, anche, naturalmente; ma si trovano bene perchè non li giudico.
Il gatto rifugge i giudizi.
Il gatto per sua natura, libera e contorta, sta alla larga dai giudizi di chicchesia e soprattutto alla larga dagli impiccioni, dai vezzeggiatori, da chi si arroga il diritto di pretenderli sempre disponibili.
Il gatto si arrocca sopra un tetto o una pensilina e osserva, con occhi socchiusi, ciò che accade.
Forse i gatti si trovano bene da me perchè probabilmente devo essere stato un gatto una vita o l'altra. Forse non me ne accorgo ma miagolo e gonfio il pelo; cerco le persone e le evito.
Ne parlavo ieri sera con un'amica scrittrice.
Si parlava di scrittura, di cosa vuole dire sentirsi scrittori o esserlo; la differenza tra fare un libro, scrivere un libro o sentirlo, un libro. Di questa inevitabile frenesia che sono le parole articolate.
A ben vedere uno scrittore è come un gatto; si nutre degli incubi altrui, dei gesti altrui, osservando tutto da una posizione privilegiata. E come un gatto decide quando è il momento della carezza o del cibo.
Sarà anche il fatto di essere nati qui, a Genova, luogo bizzarro dell'anima, prima che del corpo; luogo da cui fuggi con l'elastico legato alla vita...e ribalzi indietro, prima o poi; e maggiore è l'estensione dell'elastico e maggiori sono le volte che rimbalzi avanti e indietro. Torni e fuggi e poi torni ancora. Come un gatto, la sera o dopo giorni.
Genova è città di gatti e... di topi: bisogna essere un po' entrambe le cose per comprendere meglio tutto.
Ma non ditelo ai gatti...sono permalosi.

domenica 24 giugno 2012

Sorprendersi


Diciamoci la verità.
Diciamoci una volta per tutte che siamo incapaci di un pensiero altruista di senso compiuto svolto in tempi continui. Diciamoci, sammai non ce lo fossimo già detto, che ogni azione della nostra vita è regolata dal tornaconto e dal risultato necessariamente positivo e di successo.
Diciamoci per davvero che degli altri, in fondo, non ce ne frega un bel niente nel momento in cui il nostro disagio e i nostri problemi diventano insopportabili.
Continuo a rintanarmi nella mia Osteria come un partigiano in un cascinale a guerra finita, temendo il nemico che mi possa scoprire da un momento all'altro e come un ombra sul muro, aspetto che il sole cali per scomparire nel buio.
Mario ieri non è passato e neppure oggi ed è molto strano perchè Mario tutte le mattine entra e fa le stesse cose da venti anni. Mario è la certezza che tutto si ripete e che nulla può andare storto; tranne il fatto di non presentarsi sulla porta per due giorni di fila.
 Qualcosa non va. E sono preoccupato.
Ma se penso ad alta voce, ciò che mi preoccupa di più non è sapere che fine abbia fatto Mario ma che piega prenderà la mia monotona giornata.
Vivere con poche certezze ha il difetto duplice di farti pensare che possano esistere cose certe e che venute meno il nostro orrizzonte possa mutare in modi e maniere indescrivibili.
Diciamoci la verità.
Provassimo a sorprenderci un po' di più ogni momento come fa un cane, un gatto o un neonato, forse, ma dico forse, nulla potrebbe legarci oltre misura alla convinzione di essere immortali e perfetti.
Ah...Mario è arrivato nel pomeriggio.
Ma ha fatto cose diverse.

venerdì 22 giugno 2012

Le parole incrociate

Sono convinto che la comprensione di ciò che accade realmente intorno a noi non sia mai immediata.
Può verificarsi in molte occasioni che l'istinto, qualcosa di primordiale e personale, colga l'esatta dinamica di ciò che accade con perfetto tempismo; altrimenti tutto ci scorre vicino e lentamente ne comprendiamo i reali effetti.
L'istinto, si sa, fa paura e rappresenta quella parte pericolosa della nostra vita senza regole.
Ma l'istinto è natura allo stato puro, è quella quantità di vero che si nasconde in noi e come tutte le cose vere quasi mai rispondenti a cliché codificati.
L'istinto mai e poi mai renderebbe monogami, l'istinto mai e poi mai porgerebbe altre guance e l'istinto per nessuna ragione limiterebbe l'uso della parola più bruciante.
Per dire.
Ci imprigioniamo dentro molti fortini difensivi e questo consente la convivenza tra persone alquanto differenti tra loro e tra percorsi di vita impensabili (istintivamente).
Poi c'è un confine ulteriore tra l'istinto, la faccia tosta e l'arroganza; elementi indispensabili per ottenere vittorie nel breve e consolidarle nel tempo.
Faccia tosta e arroganza si tende a definirle virtù di chi ha grande coscienza di sé e dei suoi mezzi anche se pesso ne abusa pur di raggiungere i propri obiettivi; non porsi troppe domande, non farsi troppi scrupoli nei confronti di chicchesia, avere sempre il cervello teso alla risposta giusta, facilita quei percorsi denominati carriera che consentono ad alcuni di emergere da altri e di ricoprire ruoli anche strategici all'interno di una comunità; questi emersi, poi determineranno nuovi percorsi e nuove situazioni, tali per cui continueremo a domandarci se ciò che ci passa di fronte in quell'istante sia da comprendere, sia comprensibile o ne conosceremo gli effetti più avanti.
Ecco...grosso modo pensavo a questo leggendo di mercati, borse, banche, finanza.
Passerò alle parole incrociate.

mercoledì 20 giugno 2012

Il buffet


A volte capita, che mi richiedano l'uso del locale per feste o celebrazioni private.
In genere sono restio, perchè sono geloso e pigro verso ciò che amo. Anzi, l'idea di avere intorno troppa gente che non sceglie di venire ma si obbliga a passare, mi da un po' fastidio. Molti in queste situazioni sentono il diritto di accasamento naturale che proprio non mi riguarda.
Tant'è, però, ogni tanto cedo e affitto il locale, con la clausola tassativa della mia presenza al solito posto, dietro il banco. E osservo.
Mi piace osservare. Osservare è l'arte più antica che nobilita e giustifica tutte le altre arti. Saper osservare è guardare il mondo da un'altra posizione e collocare se stessi in spazi e luoghi altrimenti impossibili.
Durante questi pochi avvenimenti, i più si muovono con studiata meccanicità, qualcuno completamente a proprio agio altri come in attesa di una qualche scarica elettrica che li possa mutare in altro. Molti sono infastiditi, qualcuno cela, sotto sguardi impauriti, espressioni forzose di approvazione; ma la sensazione principale è quella di un rito che si deve compiere con cadenze e meccanicità programmate.
L'assalto al buffet, per esempio e il buffet stesso sono il rito per eccellenza, come lo stringere mani e tentare approcci al più noto del gruppo, il più noto che necessità dell'attenzione per poi potersene allontanare come una divinità imperscrutabile. E poi ammiccamenti di ogni genere e abiti mai troppo a caso e parole complici dietro sguardi obliqui che nascondono quel sentimento di reattività immediata a qualsiasi attacco o opportunità.
Sono chiacchere e sorrisi, sono gesti misurati, sono persone che si muovono in tondo, e poi in orrizzontale e poi in su e poi in giù. Sono vite che si sfiorano che si lasciano messaggi di continuità che andranno perduti appena fuori svoltato l'angolo.
A volte mi capita di sorridere e altre di pensare. A volte vorrei essere invisibile a volte in cima alle teste di tutti.
In tutti i casi, a una certa ora, chiudo e vado a dormire.

sabato 16 giugno 2012

Scrivere al buio


C'è chi parla da solo.
Non so fino a che punto conti l'età,  ma ci sono persone che trascorrono molto tempo a parlare da sole e chi li osserva sorride, il più delle volte.
Chi parla da solo ha certamente ascoltatori interessati a lui e quanto dice è estremamente considerato al tal punto che il dibattito s'incendia e altre voci si intromettono aumentanto l'intensità della discussione. Si sostengono tesi anche molto ardite e profonde che non tradiscono mai il sentimento effettivo di ciò che si sta dicendo; l'onestà di pensiero è in testa a ogni passaggio e ciascuna parola non è pesata e calibrata perchè non offenda il prossimo o si trasformi in un boomerang contro se stessi, ma fluisce libera e potente, stonata e graffiante, indicibile e grezza.
Nessuno s'intromette a caso e tutti hanno la parola che serve in quel preciso istante per rendere reale un discorso, per rovesciare certezze e scompaginare l'ordine delle cose.
Cose che nel frastuono del quotidiano scorrono via veloci e superficiali al punto che il giorno scappa via dalle dita facendoci illudere che abbiamo tracciato chissà quali fondamentali solchi sul terreno.
Tutto è così troppo preciso e ordinato che spesso perdiamo di vista che nel disordine si scoprono nuovi percorsi.
C'è chi parla da solo e in quel parlare, molti individuano il buio della loro vita e tanti credono che quel buio sia la sole luce possibile; come se la luce fosse una sola.

Scrivere, in fondo, non è parlare da soli?



mercoledì 13 giugno 2012

Peo


Un raggio di sole, incredibile!
Al primo raggio di sole che sa d'estate, appare Peo.
Si mette sulla porta, circospetto, guarda dentro e poi finge di andare via. Fa sempre così, da anni.
Poi ritorna e comincia un breve giro d'ispezione lungo i muri del locale; ho molte foto appese, forse vuole verificare se sono cambiate, se vicino alla porta del bagno quella con i due innamorati anni cinquanta, puntini  indistinti dentro al panorama, è ancora al suo posto. O quella della festa per la promozione nella serie superiore della mia squadra del cuore, la promozione, la prima alla quale ho partecipato bambino. Poi ne sono seguite tante altre.
Gira.
Sfiora i tavoli, a quest'ora vuoti di persone, penso per ricordarne l'essenza o per capirne la consistenza, osserva le gambe delle sedie non proprio ordinate.
Fa ancora un giro e questa volta attraversa lo spazio aperto del locale, quello che sta tra il mio bancone e i muri, come chi per la prima volta scopre di non avere più terra sotto i piedi ma solo il suo corpo a tenerlo a galla nell'acqua fonda.
Sfiora qualcuno assonnato che fa colazione, annusa l'aria intorno che sa di caffè, giornali aperti, brioches e acqua di colonia dei più.
Io lo osservo senza guardarlo.
Poi si avvicina e mi guarda.
" Mi sa che l'estate è cominciata."
Si gira e se ne va.
Ciao Peo, ci vediamo il prossimo anno.

lunedì 11 giugno 2012

Il binomio fantastico

Strana gente gli scrittori.
Ce ne sono alcuni, che passano un po' di tempo da me; dicono trovarsi bene e in tranquillità, bontà loro.
Sarà che chi vive di scrittura è tanto coinvolto nelle sue storie, nelle sue parole, da risultare spesso alieno al mondo quotidiano. Vale un po' per tutte le forme d'arte, ricordate Colò di cui ho parlato giorni fa? E' l'arte a fare la differenza o almeno la sua attitudine.
Perchè a voler guardare fino in fondo, ragionare d'Arte è sempre un percorso bizzarro tanto bizzarro che forse non è neppure un percorso ma esclusivamente un bisogno naturale. L'Arte è la rappresentazione di sé all'infinito; ce lo dicono i graffiti nelle grotte piuttosto che certe installazioni post moderne. Ogni istante è una rappresentazione di qualcosa che sotto qualche forma è già esistita, si è già manifestata e continua a riproporsi.
Tutti noi ne siamo pieni, sennò che senso avrebbe la sua rappresentazione? Allora credo che la vera Arte sia la macchina umana e le sue distonie e gli artisti, anime con distonie tanto marcate da permetterne la loro rappresentazione, altrimenti dette "sensibilità".
Strana gente gl'Artisti e strani questi amici scrittori che restano ore a parlamentare su letture, su frasi, su tecniche ed espressioni, su effetti ridondanti o effetti diretti, sul linguaggio piuttosto che sulla capacità di suscitare immagini.
Fanno un esercizio, spesso per gioco tra loro, che si chiama "Binomio Fantastico", cioè chiamarsi due parole a caso, anche in totale dissonanza, e con quelle costruire una storia.
Una storia.
Di questo hanno bisogno gli scrittori, di una storia da raccontare di un'emozione da regalare; una rappresentazione infinita di questa sola vita che ci è data vivere e che, molto probabilmente, a loro sembra fuggire più velocemente alimentando quella febbre incurabile che è scrivere.
Ho suggerito loro un binomio: esserci/resistere.

giovedì 7 giugno 2012

Assalto alla baionetta

Ditemi la verità. Chi è senz'altro al di sopra di ogni colpa?
No...tranquilli...nessuna velleità gesucristica.
Solo che stando qui ascolto tutto e tutti, in un modo o nell'altro, mi raccontano le loro vite, i loro problemi, le loro ansie.
Poi guardo me, ci mancherebbe, e penso a ciò che faccio e soprattutto non faccio. Ciò che vorrei che fosse e quanto so che non riuscirò mai a cambiare.
Mescolando tutto e ascoltando tutto, compreso politici, imprenditori e manager, sono giunto alla conclusione che se una comunità, tipo la nostra, a un certo punto s'incaglia su se stessa, le ragioni vanno cercate nella mancanza di voce attiva da parte delle maggioranze.
Le maggioranze ci sono eccome e sono quelle che mandano avanti le famiglie con pochi soldi, con mille fatiche ma sono anche le stesse che, in qualche misura, vengono usate da minoranze potenti. Fino a qualche anno fa passava da qui un signore anziano che aveva fatto la prima guerra mondiale e mi raccontava di questi assalti alla baionetta senza senso, dove migliaia di persone cadevano come pioggia in un giorno di pioggia.
Quella è la maggioranza che se non fosse andata all'assalto sarebbe stata abbattuta da un plotone d'esecuzione.
Cosa cambia rispetto a minoranze di imprenditori, politici, manager, manipolatori mediatici, banchieri, che ci mandano all'assalto o ci mettono al muro?
Cosa cambia?
Cambia saper dire tutti di no o saper pensare con la propria testa e coscienza, prima che le cose accadano.
Cambia,  a noi fucilieri assaltatori, non fare il verso del Cadorna di turno, mimando le sue movenze.
Per cui, chi è senz'altro al di sopra di ogni colpa?


martedì 5 giugno 2012

Genova


Per quanto uno si sforzi di girare il mondo, aprire nuove strade, cambiare spesso direzione, a un certo momento della vita si fanno i conti con le proprie radici.
Come se, dove abbiamo posato lo sguardo la prima volta nella nostra vita fosse in qualche misura parte stessa del nostro DNA. Non ci si può fare nulla.
Ne parlavo ieri sera, prima della chiusura, con un amico abituale frequentatore di questo locale. Lui ha girato e ancora gira per il mondo. Ha una professione di rilievo, ha contatti in molta parte del mondo è, a modo suo, un personaggio pubblico nel senso che di lui in molti conoscono esistenza e consistenza.
" Quando sono qui di fronte,  in mezzo a queste case, capisco che sono a casa" mi ha detto, lasciandomi colpito e felice. Felice perchè è un sentimento che condivido e anche perchè è come se di colpo mi si fosse svelato un mio simile, qualcuno cui non devo spiegare troppo.
L'appartenenza ha un grande valore molto spesso sottovalutato e temuto; l'appartenenza siamo ciò che ci distingue e ci rappresenta. Non a caso usciti dal nostro guscio tendiamo a cercare similitudini con ciò che abbiamo lasciato, poi impariamo le novità, scopriamo nuovi atteggiamenti e pensieri e molte volte ne assimiliamo gran parte. Ci mischiamo e mischiandoci generiamo nuove forme, linguaggi. Come fare dei figli, a ben vedere; si miscela e si crea da due distinte unità. E come i figli, il legame è il DNA, la storia, e così è l'appartenenza a un luogo dove si è aperto gli occhi e del quale si è assorbito l'essenza.
E ci sono luoghi che hanno qualcosa di magico in più che tutto questo rende estremo.
Uno di questi luoghi si chiama Genova.
Casa mia.

domenica 3 giugno 2012

Teatranti


Tra le cose che mi piacciono maggiormente c'é quando, a orari imprevisti, questo locale si riempie di persone animate da qualcosa di magico. Qua vicino c'è un Teatro, un  piccolo Teatro di quartiere, cento posti a sedere al massimo. Questo Teatro è utilizzato da attori professionisti e attori non professionisti. I primi spesso sono le guide e gl'insegnanti dei secondi e sono professionisti perchè hanno deciso che di quel mestiere faranno la loro fonte di sostentamento, quasi sempre dolorosa e faticosa. I secondi, sono nel limbo, tra la paura di perdere certezze acquisite altrove e bisogno di volare alto. Questi ultimi sono i più interessanti da spiare.
 Si vedono almeno una volta alla settimana, provano ore e ore, ma prima passano da qui per una birra, un caffé. E come sempre li ascolto. Io ascolto tutto: è questo il mio vero guadagno.
Sono concentrati, si sollecitano su come porre una battuta piuttosto che immaginarne di nuove e differenti; come tutte le cose genuine, tutti si occupano di tutto, dalla ricerca di abiti di scena a scenografie intere sottratte dagli arredi domestici di ciascuno, dalla logistica operativa per il giorno dello spettacolo; ma soprattutto sono gli occhi e le voci gli aspetti più intensi da guardare e ascoltare. Le voci sembrano proteggere il personaggio che, prova dopo prova, si è fatto spazio in loro e che fa compiere loro gesti altrimenti sconosciuti. C'è la ragazza che deve invecchiarsi e rendersi insopportabile zitella e una volta in vista del palcoscenico, trasforma una sua vita reale attenta ai dettagli alle amicizie al sorriso, in un mondo totalmente alieno ma proprio per questo vissuto intensamente. Sono tutti lavoratori, o disoccupati, figli di questa realtà, che per qualche ora , si allineano e prendono forme nuove, camminano dentro mondi nuovi, parlano lingue nuove, pensano pensieri nuovi e ci mettono il corpo, la voce, l'anima.
Nel momento che i miei bicchieri passano dalle mie mani alle loro, in quel gesto tanto consueto quanto banale, ho come la piacevole sensazione che qualcosa di noi s'intrecci.
A ben vedere siamo sulla stessa scena, io con il mio quotidiano teatro fatto di personaggi sempre differenti, loro attori di una vita che, fuori da qui, assume altre dimensioni. Recitiamo tutti.
Recitamo tutti e recitiamo sempre, al punto che il confine tra stare in scena ed essere la scena è così sottile da non comprendere quale sia il vero palcoscenico.