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giovedì 14 novembre 2013

La bellezza

La poesia...la bellezza...certo, quanto è poesia intorno a noi, quanta è la bellezza? C'è differenza?
L'architettura stessa della poesia è bellezza, il suono di certe parole, la metrica, il ritmo, l'ascolto, la lettura, il silenzio che ne segue, il respiro fatto con il naso e gli occhi chiusi.
La bellezza è la stanza in cui siedi a leggere, il freddo nelle ossa che sopraggiunge quando tutto di te è immerso in una lettura.
La tua casa è bellezza, il tempo impiegato per trovarla, la prima volta che ti è stata aperta la porta e ci sei entrato, il primo mobile, tutte le volte che compi quel gesto che te la fa riconoscere.
Pensare è bello, cercare una via d'uscita per non smettere mai di pensare quando vorrebbero tu non lo facessi. Pensare e parlare o tacere. O tenersi tutto dentro e fare della propria mente una libreria infinita, un mobile pieno di cassetti, una lavagna che non smetti di riempire di parole.
Le parole sono bellezza, con tutte quelle possibili sillabe e gli accenti, le doppie, le acca, le cappa, le ipsilon, le dieresi, le cediglie.
La bellezza siamo noi così sensibili o perduti.
La bellezza esiste se noi riusciamo a esistere.
Altrimenti è nulla.

sabato 2 novembre 2013

Il buco nella tasca

Un tizio, qualche giorno fa, è entrato e mi ha domandato:
" Lei sa come tappare i buchi nelle tasche?".
Sono rimasto un po' sorpreso, lui si è girato ed è andato via.
Non so cosa sia, come mai entrano tutti qui da me, forse è il nome sulla porta " Osteria del tempo sospeso" che li invoglia a non lasciare nulla intentato. Francamente non lo so.
Qualche amico si compiace con me per come gestisco questo locale, per la libertà che si respira.
Va a sapere.
I complimenti mi piacciono e mi fanno vergognare un po': abbiamo tutti i nostri fantasmi con cui fare i conti. Io li faccio con i fantasmi di me e restare dietro al banco a servire caffè o bicchieri di vino, un po' mi riconcilia.
Però quella frase mi è rimasta in testa e da alcuni giorni non penso ad altro.
Perché mi ha fatto quella domanda? Quale urgenza lo ha spinto al mio banco e con quell'ansia porre una questione che prevedeva una soluzione immediata che non ho saputo soddisfare?
 Magari non ce ne rendiamo conto ma chissà quante volte, durante una giornata qualunque, un nostro atteggiamento va a colpire l'animo di qualcuno cui noi neppure sappiamo l'esistenza. Ma del resto a chi non capita di infastidirsi per un commento su un giornale, una parola ascoltata sull'autobus, un atteggiamento altrui al quale diamo un valore sproporzionato all'intenzione del gesto stesso?
Quando credevo di poter essere un'altra cosa rispetto a ciò che sono oggi, ricordo che l'indifferenza degli altri per le mie caratteristiche mi provocava rabbia e fastidio. Rammento quella sensazione da criceto nella ruota nel raffrontarmi a chi se ne infischiava dei miei lavori, dei miei pensieri. Non solo, ma dava l'impressione di tenermi a distanza da qualcosa che per lui era come un territorio riservato
Forse intendeva questo il tizio?
Costruire mondi dentro di sé senza mai farli vivere per davvero è come mettere oggetti in una tasca bucata di una giacca senza fodera.
Credo che l'indifferenza e il pregiudizio di molti li si combatta lasciandoci emergere senza timore, non nascondendo nulla in tasche precarie, ma lasciando che tutto si manifesti a qualsiasi costo, anche quello di rimanere senza giacca. Oppure tappare il buco, metter dentro, e accontentarsi di rigirar gli oggetti nella mano protetta dalla tasca.
Si...forse questo intendeva.
Almeno mi piace pensarlo.

venerdì 1 novembre 2013

La radio

La radio è accesa.
Una voce senza accenti, parla. Il ritmo è da conversazione pacata, i concetti sono espressi ed esauriti con precisione. Si ha la sensazione di una lettura, di un testo ben scritto nel quale ogni singolo periodo sia stato analizzato sincronicamente perché nulla risulti casuale.
Ogni parola è dosata alla perfezione con quella che segue e la sua potenza evocativa limita l'uso di parole successive, semplifica l'ascolto, ne favorisce la comprensione.
Chi parla alla radio ora è un uomo ora una donna.
Le loro voci a volte si accavallano ma lo fanno solo per una frazione d'istante, quel tanto che basta per creare un effetto discontinuo necessario al ritmo.
La musica si comporta nello stesso modo. I suoni si compongono in una forma prestabilita data dallo strumento che li genera. L'intensità, la forza, la sospensione di quel suono diventa musica quando si accompagna al suono successivo che si comporrà. E via così, creazione, memoria, nuova creazione, memoria; memorie che si sommano, storie che si narrano.
La radio ogni tanto cessa di trasmettere voci maschili o femminili.
Al loro posto si materializzano altre voci maschili o femminili che accompagnano suoni suonati e a loro volta divengono un unico pezzo d'ascolto, un insieme organizzato e ordinato da regole definite.
Nulla è mai lasciato al caso, credo.
Neppure noi siamo una casualità accidentale, evidentemente la nostra è una presenza organizzata e dovuta. Siamo semantica dell'universo, penso. Nessuno esiste se non esiste un altro, nessuno agisce se non consegue un raffronto, uno scontro, un rimescolamento con un altro.
La radio è spenta.
Il campanile della chiesa del quartiere scampana a festa, sembra siano più campane, forse a slancio, forse fisse, mescolano i toni del loro suono fino a comporre come una melodia. Poi rallentano, ad una ad una, fino a terminare in brevi rintocchi di una sola campana dal suono scuro.
La voce di un bambino echeggia tra le case del quartiere. Poi un'altra chiama un nome incomprensibile.
Un po' di tramontana muove le tende colorate della finestra.
La pagina del quaderno si solleva come una bandiera e ricade giù.
Il soffio di tramontana cessa.
Scrivo.