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mercoledì 27 gennaio 2016

Buonanotte

La fine di una vita a volte ti sorprende.
Da bambini giochiamo a spararci e fingerci morti; in televisione cadere i cattivi come birilli, nei video sul web scene di impiccagioni precedute da pubblicità di auto potenti o deodoranti per cessi.
E sempre, giriamo pagina e andiamo oltre.
Non è la nostra morte, non ci riguarda.
E' un dettaglio, un numero sulla statistica.
Ma poi tocca a ciascuno, un genitore, un amico e allora la morte è devastante, lenta, lunga e pesante; toglie il fiato, svuota, ti costringe ad aprire cassetti mai aperti e guardarci dentro.
Guardati vecchietto mio, pelle e ossa, dalla bestemmia pronta come un tempo quando quelle ossa e pelle erano muscoli e forza, sberle e strette e calci in culo pesanti.
Ora sei lì, un pappagallo per pisciarci dentro e l'impresa di passi strisciati e pieni di affanno per raggiungere la cucina o il letto.
" Voglio dormire così passa più alla svelta"  e non la nomini, non la cerchi.
La ignori e lei ti lascia consumare piano piano, costringendoti a un farmaco, un passato di verdure, a una poltrona e all'ennesimo risveglio rancoroso.
Dammi un cow boy dalla pistola veloce, una freccia scagliata dalla torre più alta, un " Ciack! Si gira!"  e facciamola finita, come la comparsa che cade come un birillo, il palazzo che brucia, così che si possa vedere la fine del film e goderne la trama.
Buona notte ancora stanotte sperando sia notte, prima o poi, notte per dormire per davvero.
Per sognare il settimo cavalleggeri, i " cavalli e poua".
Buonanotte.
 


domenica 24 gennaio 2016

Fuori controllo

Immagina una mattina di svegliarti in una testa che non sai controllare.
La stanza, gli abiti, perfino le scarpe, le mutande che sono sempre le stesse che lavi da venti anni, tutto questo non lo controlli più.
Come se ciascuno di essi si fosse preso la libertà di uscire dal tuo controllo e iniziasse a percorrere una strada tutta sua: le mutande che non vogliono stare nel cassetto, le scarpe sempre sporche e dispari; la stanza che vuole essere un castello, il paesaggio fuori dalla finestra che si burla di te dagli occhi delle finestre aperte.
Immagina che tu possa osservare ogni cosa da una posizione distaccata.
Che tu non sei dentro a quelle mutande o in quella stanza ma solo uno strano oggetto che sembra somigliarti fisicamente.
Provi ad aprire la porta di casa e fuori, sul ballatoio, ti aspettano topi e ragni e buio.
E ti viene da fare quelle scale ripide di corsa per non farti prendere.
E quando sei nell'aria, sul momento ti sembra di respirare, ma dopo quattro passi vorresti non essere mai uscito da quella stanza.
La testa comincia a pulsare, le gambe si fanno molli e nella gola un buco verso l'esterno che devia l'aria che inghiotti in uno strano rigurgito interno.
I marciapiede sono montagne, la gente ostacoli, il semaforo un pendolo da ipnosi che ti obbliga ad appoggiare la schiena da qualche parte per non cadere.
E le tue mutande, le tue scarpe, ti precedono così la maglietta acquistata quindici anni prima, lo zaino solamente rimane appeso alla schiena e tu, come un pastore nel panico, cerchi di radunare tutte le pecore del tuo abbigliamento perché tornino insieme.
Ma la gente, le persone sono lì intorno che vivono una vita, camminano dritte, qualcuno ride altri sono seri o preoccupati.
Ma quasi tutti parlano tra loro e tu non parli con nessuno.
Non parli perché non sai cosa raccontare, dire, fare e perché non si può parlare con le mutande che vanno altrove e le scarpe non sanno stare al loro posto e le tue tasche sono vuote e la testa non sai più dove sia.
La folla, i gruppi, gente che ride, coppie per mano, sono bocche aperte e denti aguzzi che si fanno via via sempre più grandi intanto che sopravanzi.
Allora scappi, ti rifugi nella stanza, passi sopra i topi, i ragni, oltrepassi il buio e ti rinchiudi in modo che mutande, scarpe, tasche vuote, non fuggano in giro e la tua testa aspetta il prossimo sonno per chetare.
 


martedì 12 gennaio 2016

Libeccio

C'è libeccio.
 
Vento da nord-ovest, atlantico, imponente, che fa alzare il mare, lo gonfia, lo fa sembrare uno di quei materassi ad acqua così scomposti quando ti ci muovi sopra.
Onde alte superano le protezioni del porto; le navi sembrano attendere l'uscita in mare aperto con quel misto di soggezione e spregiudicatezza.
 
Ci sono molti punti d'osservazione in una città di mare, fosse anche solo una finestra lontana.
Chi il mare abita, il mare sa sentire anche a distanza e con lui respirare.
Un respiro che sa di attesa e stupore ma anche di sconcerto e impotenza per qualcosa che potrebbe  far mescolare le carte.
 
Accade spesso che si spariglino le carte e il gioco muti d'improvviso; quando accade ti metti con la faccia al vento per sfidarlo e poi, pian piano, trovi un appoggio migliore per non farti spazzare via.
 
Sono un mare in tempesta anch'io: le onde le mie inquietudini, il vento la paura di volare.
 
Guardo questo mare in burrasca e penso a me, alle nubi di sale che mi avvolgono, alle nubi che sfrecciano nel cielo, ai miei pensieri spesso al palo, come l'asta con la bandiera rossa strappata dal vento che ricorda di non tuffarsi dentro quelle onde.
 
C'è libeccio oggi nel mio cuore. 
 
 


mercoledì 6 gennaio 2016

L'età di mezzo

Ho quell'età di mezzo in cui il passato si comprime come un compattatore per la spazzatura.
Una forte pressione tra conscio e inconscio, memoria e rimozione, che riduce un grosso cumulo in un pacchettino semi informe.
Qua e là restano integri dei pezzi, una buccia, un ricordo, ma nel complesso si ha una nuova forma di quel tutto; lo estrai dal compattatore e lo metti da qualche parte, per essere a sua volta ridotto ma mai eliminato completamente.
 
Con i ricordi ho un rapporto nuovo.
 
Un tempo conservavo tutto, sistemavo e, di volta in volta, andavo a rivisitarli, con quel po' di emozione consolatoria di chi non vive il presente e si preoccupa troppo per il futuro.
 
Un amico mi raccontava il suo rito annuale di rimozione degli oggetti in più e non capivo.
 
Oggi si.
 
Oggi smonto un armadietto nella piccola cucina, lo regalo a chi ne ha bisogno sapendo che saprà trarne una nuova vita e un processo di continuità che me, quell'oggetto, non fornirebbe più.
In quel gesto oltre a star meglio io, tramando qualcosa di me altrove.
 
In un libro usato, acquistato da poco, ho scritto sulla seconda pagina il mio nome e la data di inizio lettura, come faccio sempre con i libri.
Poi, voltando pagina, ho visto che qualcun altro, ventuno anni prima, aveva fatto la stessa cosa: il suo nome e una data.
 
Ecco, questo intendo per tramandare qualcosa di sé.
 
Ho cercato di immaginare il volto di quella persona, capirne l'età dalla grafia, fantasticando su questi ventuno anni trascorsi, pensando al suo destino, se ancora in vita, che voce potesse avere, quali i suoi desideri, la sua vita.
In fondo entrambi abbiamo fatto cascare la nostra attenzione su quel libro, quel titolo, quel bisogno di leggerlo: in qualche maniera, siamo affini.
 
In questa età di mezzo, si fa molto più caso a certi particolari.
 
Si compattano i ricordi per far spazio a nuove emozioni, nuove strade e, forse, nuove aspettative.
 
Quando compatto i ricordi e vivo il presente, penso che un po' sono guarito da quella malattia che per troppi anni ha circoscritto il mio essere persona.
 
Compatto, smonto un armadietto, faccio pulizia su pavimento e guardo la nuova forma che ha preso la stanza senza quell'oggetto.
 
Vale la stessa cosa con le persone, gli affetti, le abitudini e le paure.
 
Vale far ordine, comunque.

venerdì 1 gennaio 2016

Il viaggio

Oggi è il primo giorno di un altro anno.
Un altro ancora.
Ho tenuto chiusa l'Osteria, oggi.
Mi sono alzato molto presto e mi sono infilato per le strade che sino a qualche ora fa hanno accolto gruppi di persone, persone singole, persone tristi o felici, in cerca di compagnia o di qualcosa.
Molti sono rimasti nelle loro case, da sole o con qualcuno, altri hanno preso il libro sul comodino e cercando di non sentire i botti provenienti da dietro ai vetri, si sono rifugiati nel mondo delle parole scritte; altri ancora erano con fiato corto o la memoria dispersa nel buio dei troppi anni sulla schiena. Qualcuno avrà fatto sesso, scomposto, alcoolico o piacevole, in piedi o al caldo di una stanza. Tutti in un modo o nell'altro coinvolti in questo crocevia prestabilito dell'ultimo giorno dell'anno, ciascuno a suo modo partecipe, anche nell'assenza.
 
Questa mattina i netturbini passavano i loro macchinari su detriti di vetro e plastica, carta, come una spugna sulla fronte di un pugile che sta perdendo ai punti.
Ma c'era un bel silenzio per le vie.
 
La sensazione dell'inizio di un viaggio che poi è sempre un viaggio in corso, un luogo dove andare, dentro o lontano da noi, fisico o metafisico.
Una sensazione che l'aria stessa raccontava con la sua leggera mobilità, il suo cielo grigio a incastro su questo mare che ci sta di fronte; mare che ci tocca perché qua siamo nati e qua viviamo.
Mare che sembra dirci, lì dalla panchina su cui mi sono seduto a fumare un sigaro, che in fondo c'è qualcosa per cui vale la pena viaggiare, fosse anche solo quell'istante lì.
 
Sembra voglia far pioggia o neve.
Sembra oggi e pare ieri così lontano.
Sembra che persino i bei pensieri oggi possano avere potenza e influire su ciò che ci circonda.
 
Sarà che è presto e in giro ci sono io e pochi come me, evidentemente insonni o mendicanti di attimi di silenzio.
Tra un po' ci sarà folla, quella che consuma e calpesta quasi tutto.
 
Domani riaprirò l'osteria e li vedrò sfilare con la loro faccia da anno nuovo e pensieri antichi.
 
Il viaggio prosegue.